Diciannovesimo esaurimento nervoso

iphone new

“…beh, mi sembra che hai visto troppo in troppi pochi anni
E sebbene hai tentato non puoi proprio nascondere che i tuoi occhi sono bordati di lacrime

È meglio che ti fermi
Guardati intorno
Eccolo, eccolo, eccolo, eccolo
Ecco il tuo diciannovesimo esaurimento nervoso” 

19th Nervous Breakdown – The Rolling Stones

“Buongiorno! Mi permette di mostrarle le incredibili app. del nuovo smartphone Stardust19?”

“No, grazie. Non mi interessa, non ho mai avuto neppure il telefonino.”

“Ma questo non è un telefonino, è uno Smartphone, il migliore smartphone sul mercato, evoluto alla 4° generazione, comprensivo di diciannove viaggi in realtà virtuale
a costo zero, il sogno che diventa realtà.”

“…quando i sogni diventano realtà spesso si trasformano in incubi, incubi veri. Molto meglio che i sogni rimangano tali.
Non mi interessa, grazie.”

Il venditore dentro lo stand si ammutolì ma non si scompose, lo guardò con aria di sufficienza e di leggero compatimento, si lisciò i capelli impomatati e, con un nuovo ammiccante sorriso, si rivolse subito a un altro cliente dell’ipermercato che, con il carrello vuoto, stava attraversando l’enorme sala di ingresso, a quell’ora ancora poco affollata.
Mario si fermò a guardare la scena, non resistendo alla curiosità di vedere quale approcio avrebbe ora utilizzato l’azzimato venditore. Ma un’improvvisa telefonata catturò l’attenzione del nuovo potenziale acquirente che continuò a dirigersi deciso verso l’entrata del reparto alimentare. Il petulante addetto vendite, confinato all’interno del suo stand colorato, rimase senza alcuna possibilità di intervento.
Mario, sorridendo sotto i baffi, spinse il carrello verso l’uscita che portava al gigantesco parcheggio esterno.
Dopo aver caricato la spesa in macchina, salì a bordo, mise in moto e, uscito dal parcheggio, accese la radio proprio in tempo per il notiziario delle 9. Il titolo di apertura del radiogiornale lo lasciò di sasso.
“Forte esplosione a Venasio, stamane alle 8.40 del mattino, all’interno del noto ipermercato del gruppo Jet Market.
Tempestivi i soccorsi di ambulanze e vigili del fuoco. Sul luogo massiccio dispiego di forze dell’ordine, nucleo artificieri e reparti speciali per controllare e bonificare la zona. Ancora ignota la causa dell’esplosione, si tende ad escludere l’atto terroristico dato l’orario di scarsa affluenza. Si temono comunque vittime, in particolare fra il personale interno. A breve, collegamento in diretta con il nostro inviato.”
Mario si fermò immediatamente, accostando l’auto al ciglio stradale. Scese dal veicolo e volse lo sguardo poche centinaia di metri indietro dove l’imponente struttura del centro commerciale si stagliava, completamente intatta, nella luce delicata del mattino. Pensò ad un errore del notiziario, il fatto magari era anche avvenuto a quell’ora e in quella catena di supermercati ma avevano sbagliato sicuramente il nome della località. Risalì in macchina e riaccese la radio.
Dopo circa un paio di minuti l’inviato si collegò con la redazione per raccontare nei particolari l’accaduto.
Mario non credette alle proprie orecchie quando l’inviato ripetè il nome della località, confermando la notizia sintetizzata precedentemente nei titoli.
Doveva chiamare subito sua moglie, rassicurarla e allo stesso tempo avere da lei informazioni più chiare su quell’incompresibile situazione. Ma non aveva alcun cellulare, non lo aveva mai avuto ne’ voluto e le cabine telefoniche pubbliche, ormai reperti di archelogia tecnologica, erano diventate rarissime.
Decise quindi di rientrare il più rapidamente possibile a casa.
Giunto in via Tito Livio 38, con suo drammatico stupore, non trovò il condominio residenziale dove da anni abitava con la moglie ma un centro sportivo con campo di calcio, pista di atletica e palestra.
Mario ne rimase sconvolto. Scese dall’auto e andò a leggere e rileggere la targa con il nome della via. Non era possibile. Dov’era la sua casa? E sua moglie? E gli altri condomini? Come dissolti o mai esistiti. Nonostante l’angoscia crescente e il profondo senso di smarrimento in cui versava si rimise in macchina, dirigendosi verso il palazzo del municipio. Giunto nella piazza principale del paese, si trovò davanti al palazzo comunale.L’edificio, risalente ai primi del novecento, era molto simile a quello che ricordava, tranne che per il colore e qualche dettaglio strutturale. Vi entrò velocemente e si mise in coda allo sportello accoglienza. Gli interni, al contrario degli esterni, erano molto differenti, nuovi, fuzionali e di gusto minimalista. Tutto sembrava regolare ma diverso. L’unico elemento sopra le righe si trovava dietro la parete retrostante agli sportelli. Qui campeggiava un grande e bizzarro murales in stile sovietico raffigurante l’Ultima Cena. Al posto di Cristo e degli apostoli erano ritratti il sindaco e i suoi assessori. Giuda Iscariota era stato sostituito da Paolini, l’assessore al bilancio che aveva tentato di rovesciare la giunta.
Nell’attesa Mario si sforzò di pensare a cosa chiedere per avere informazioni che potessero spiegare l’inspiegabile. Passare per matto o in preda a qualche strana sostanza psicotropa sarebbe stato facilissimo. Il punto di svolta sarebbe potuto essere quello di entrare in contatto con qualcuno di conosciuto, conosciuto nell’altro mondo, il mondo vero, quello precedente.
Ma la parola “mondo vero” bloccò ogni sua ulteriore riflessione e lo fece quasi rabbrividire.
Erano arrivati al numero 68, era quasi il suo turno e non sapeva ancora bene cosa domandare, quando, dallo zaino che aveva sulle spalle partì una vibrazione e “19th Nervous Breakdown“, vecchio pezzo dei Rolling Stones, coprì il moderato brusio degli educati cittadini in coda.
Mario, incredulo, si tolse lo zaino, lo aprì e vi trovò dentro un sottilissimo Smartphone illuminato di viola. Sullo schermo lampeggiava la scritta: “Realtà Alternativa n° 19”.

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Impegni

stadio

“Rompeva più finestre lui con un pallone che i serbi con le loro bombe.”
Dipendente dell’Hotel Kolovare

Tra meno di un’ora giocherò la partita di calcio più importante della mia vita. Non penso agli avversari, non mi concentro sugli schemi, non ripercorro la mia carriera con le sue vittorie e le sue sconfitte, non parlo con i compagni. Nel corridoio sotterraneo degli spogliatoi ripenso al muro sgangherato del parcheggio dell’Hotel Kolovare contro cui a sei anni tiravo il pallone, ripenso alle scarpette rosse con i tacchetti che mio padre e mia madre mi fecero trovare il giorno di Natale del’91 sotto la brandina del campo profughi di Zara, rivedo la mia casa avvolta dal fumo e dal fuoco, la disperazione della nonna, la paura che mi assale togliendomi il respiro. Ho ancora nelle orecchie il frastuono delle granate e dei colpi di mortaio serbi. Rumori ancora vivi che superano prepotentemente anche le urla dello stadio. Non se ne andranno mai. Cosa mi importa di una partita di calcio? Non sarò mai in pace, non sono pronto, non vorrei essere qui, anche se ho fatto di tutto per giocare questa finale. Ho sognato questo momento per più di venticinque anni e adesso che sono a un passo, tutto sembra perdere di significato. Ma ecco che sento posarsi bonariamente sui miei capelli, non più così biondi, le mani enormi e ruvide di mio nonno. Ho negli occhi il suo sorriso sdentato, le sue rughe scolpite dal vento. Mi rincuoro nei suoi occhi allegri e buoni. Ho nelle narici il suo odore e quello acre delle sue pecore. Sono a casa, sulle colline aspre della mia terra con il pallone tra i piedi, quello che lui mi ha regalato. Sorrido. Lo aspetto fino a sera per ringraziarlo. E’ buio. Non tornerà. Non so se questa sera vincerò la Coppa del Mondo ma ho preso due impegni. Parlare con i fantasmi e restituire un sorriso.

Sepolture e miracoli

Drake's grave

“Il tempo non è affatto ciò che sembra. Non scorre in una sola direzione, e il futuro esiste contemporaneamente al passato.” Albert Einstein

Lo rivedo dopo molti anni, per caso. Scende dalla linea verde con in mano una borsa di plastica arancione, indossa vestiti usati di vent’anni prima, forse presi in qualche dormitorio. Ha ancora i capelli lunghi ma ora sono sporchi, radi e arruffati, la barba è incolta. Ridicoli occhiali femminili coprono generosamente i suoi occhi e tutto, compreso il suo odore, indicano che il suo unico mestiere, da diversi anni, è sopravvivere. Non ho il coraggio di fermarlo. Il passato deve rimanere intatto e sepolto, penso. Ma grazie alla coerenza che non ho mai avuto, torno con la mente a quei giorni lontani. La prima immagine di Roger che esce dalle rovine nebbiose del tempo è quella del concerto all’Aquarius Festival. Riesco ancora a sentire il profumo intenso di quell’incenso indiano che accendevamo prima di ogni concerto. Vedo Roger nella sua camicia arabescata e coloratissima collegare la Telecaster alla testata dell’amplificatore Vox e attaccare quel suo riff spaziale pieno di eco. Il pubblico esplode in un boato e incomincia a saltare a tempo. E’ un trionfo. Mi sembra impossibile che tutta quella musica e quell’energia si sia spenta per sempre. Mentre mi allontano dalla stazione della metropolitana mi domando se sotto i miei abiti puliti, stirati e borghesi bruci ancora qualcosa di irriverente e selvaggio. E’ una domanda noiosa, da banale crisi di mezza età, la sopprimo. Ma rivedere Roger mi ha fatto sentire strano. Decido, come un tempo, di vagare per la città senza una meta. Finisco per perdermi e, forse, per ritrovare qualcosa. E’ mezzogiorno, il parco è deserto. Luce accecante, cielo limpido, ombre perfettamente definite, erba secca e gialla, grandi spazi di rilassante desolazione. La torre di cemento armato dell’acquedotto comunale con la sua mole imponente e con la sua forma a fungo finge di celare uno sconosciuto significato simbolico che non riesco a cogliere. Mi muovo in un quadro di De Chirico. Le foglie argentate dei pioppi bianchi luccicano nel sole, sembrano farfalle extraterrestri, presto mi avvolgeranno. Chiudo i pensieri all’errore e al dolore. Voglio salvarmi. Ho sepolto dentro di me un paio di speranze: capire gli altri ed essere capito da loro. Credo sia giunto il momento di togliere queste speranze dal loro sepolcro dorato e resuscitarle. Posso fare miracoli. Ogni cosa andrà per il verso giusto. Tempo e spazio hanno il valore di un biglietto ATM scaduto. Mi sono liberato dal potere soggiogante degli oggetti e dal meschino ricatto dei ricordi. Non mi importa più se il vetro della nostra fotografia si è rotto, perché tu ed io non siamo quella fotografia e non siamo mai stati imprigionati in quello scatto. La morte, come la vita è solo un’illusione, per quanto tenace. Siamo ovunque, da sempre.

 

Il bilancio

stato patrimonale

“E alla fine l’amore che ricevi è uguale all’amore che dai”

The End  – The Beatles

Non ho lasciato molto: qualche soldo, una casa, una macchina e un pugno di ricordi. E’ stato tutto banale, molto più banale di quanto credessi e sperassi. E’ tragicomico, ma in fondo anche utile, che la coscienza della mediocrità arrivi solo alla fine. Così è stato per me e per molti altri. Siamo stati figuranti, comparse, nel migliore dei casi caratteristi, non certo attori di primo piano. Affacciati alla nostra finestra abbiamo osservato per decenni la nostra vita e quella degli altri scivolare via con uno sguardo a volte timidamente critico, a volte cautamente compassionevole, a volte impaurito, molto spesso, troppo spesso, distratto e passivo. Abbiamo deluso e tradito tutti i nostri eroi, soffocato l’azione nelle ragnatele disordinate di un pensiero esageratamente dialettico, abbandonato sogni meravigliosi per miserabili convenienze. Ma non vorrei, come sto facendo, parlare al plurale. Mi piacerebbe rivendicare almeno un’ ultima cosa: l’unicità e l’autenticità della mia vita, per quanto piatta, noiosa e superficiale sia stata. Ci provo ma non ci non riesco. Sembra che esperienze, sogni, aspirazioni, drammi, ricordi non siano altro che moduli serializzati, innestati a caso nei vari individui. Forse sto impazzendo, come quando, tanti anni fa, cercavo di capire Husserl. Cerco di razionalizzare il più possibile tutto quello che mi è accaduto in cinquant’anni aiutandomi con una tabella Excel, di quelle che si usano per la piccola contabilità aziendale. L’ho compilata inserendo tutti i dati che avevo a disposizione e l’ho spedita a tutta la mia mailing list. Il risultato credo abbia una certa valenza scientifica e spieghi in termini solidamente razionali e analitici quello che in questi casi la maggior parte degli esseri umani tenta di comunicare con bigliettini e ultimi manoscritti lasciati sul comodino. Forse almeno in questo, per una volta, sono stato originale. Alla confusione di una prosa cialtrona e di una poesia melodrammatica ho preferito la chiarezza cristallina di un’equazione! Riesco ad apprezzarla in tutta la sua semplice e spietata coerenza. Sono un contabile.

L’ Arlecchino

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“…chiunque avesse avuto un cuore non avrebbe voltato le spalle spezzandolo e chiunque avesse mai recitato una parte  non le avrebbe dato le spalle odiandola…”

Sweet Jane – Lou Reed

Renato Cerutti, detto “l’Arlecchino” per l’audace abbinamento cromatico dei vestiti che era solito indossare, aveva incominciato presto. Furti, scippi, carcere minorile, comunità. Poi, dopo i diciotto anni, ancora furti, ancora scippi e ripetuti soggiorni a Opera.
All’alba dei trentacinque aveva capito che insistere in quei settori non dava grandi risultati e non apriva molti sbocchi. Così si era lasciato convincere dagli amici del Giambellino. Aveva deciso di cambiare, di osare, di dare una svolta alla sua vita di malnàtt: era entrato nel giro dello spaccio. Hashish, coca e pasticche. Due turni. Uno al mattino e uno alla sera, dalle dieci in poi. Presto però si era accorto che era un settore difficile: noie con i clienti, retate periodiche, troppa concorrenza. L’Arlecchino dopo qualche mese aveva mollato il colpo. Il suo sogno alla Scarface si era dissolto un bel giorno di metà marzo quando aveva riconsegnato la roba al “Grattuggia”, il capoccia che gestiva gli spaccini di tutto il Lorenteggio. E mentre la primavera allungava il suo abbraccio affettuoso e gratuito anche sui vialoni grigi di quell’angolo sfortunato di periferia, l’Arlecchino si era rintanato al Top Life dietro al tavolino di finto marmo vicino al biliardo, sforzandosi di immaginare un destino qualsiasi attraverso il rosso rubino di un Campari. Era nato per rubare, questo era sicuro. Ipnotizzato dai seni enormi della cassiera, e addolcito dall’alcol, cadde come in una specie di trance. Lentamente incominciò a vedere tra le bollicine un futuro ambizioso, fatto di lussuosi appartamenti svaligiati, macchine veloci, donne bellissime. Tutto quel suo splendido domani sembrava essere proprio lì, pronto per essere afferrato.
L’appartamento scelto era in un condominio signorile senza portineria in una via nelle adiacenze di piazza Napoli. Era al primo piano, abitato da una vecchia e dalla sua badante ucraina. L’Arlecchino, dopo una settimana di scrupolosi appostamenti, aveva programmato di entrarvi nel primo pomeriggio, approfittando del riposo della vecchia e dell’assenza della badante. Con una chiave bulgara aprì senza difficoltà la vecchia porta corazzata, entrò con passo felpato senza far alcun rumore e si diresse sicuro verso il salotto. Gli sembrò subito di entrare in un altro tempo. Ogni oggetto che lo circondava apparteneva a un modo passato, sepolto, dimenticato. Una foto in bianco e nero di una famiglia ormai estinta era gelosamente custodita in un prezioso portafotografie dentro a una vetrinetta art déco. La famiglia ritratta era molto numerosa e tutti i suoi componenti, dai vecchi ai bambini, sembravano fare da sentinelle alla cornice d’oro che li circondava, fissando con severa riprovazione l’intruso. L’Arlecchino, profondamente deluso dall’appartamento, si stava concentrando per rimediare su un possibile bottino di piccoli monili da rivendere facilmente in un “compro oro” e aveva già fatto sparire un bel po’ di metallo nello zaino quando la voce tremante della vecchia lo sorprese. “Gianni sei tu?” L’uomo non rispose e si avvicinò alla porta del salotto per svignarsela ma la vecchia, trascinandosi su un girello, gli apparve come un fantasma.  L’Arlecchino rimase immobile, quasi spaventato mentre l’anziana donna, osservandolo con curiosità e simpatia, sembrava essere incomprensibilmente lieta per quella visita inaspettata.
“Gianni perchè non rispondi? Sono la nonna Ester non mi riconosci?”
L’Arlecchino si sforzò di sorridere.
“Grazie che sei venuto a trovarmi. E’ da un po’ di tempo che non ci vediamo. Come va con il lavoro?”
“…bè l’ho cambiato da poco. Sai ho provato a entrare nel commercio, ma non ci sono proprio portato, così sono ritornato alla mia vecchia attività di ritiro dell’usato.”
“Allora sei venuto a ritirare anche me?” L’anziana rise con una tenerezza che inaspettatamente fece scricchiolare la ruvida sicurezza del ladro.
“Ma cosa fai lì in piedi, siediti che metto su un tè.” L’Arlecchino si lasciò cadere sulla potrona tenendo nelle mani lo zaino con la refurtiva. “E la morosa? Come sta la tua morosa?”
“Oh…bene grazie, lavora sempre al bar” La mano tremante della vecchia prese quella dell’Arlecchino e fissandolo negli occhi gli disse “Mi raccomando eh, con lei non fare mica il pirla e comportati bene. Lo so che sei un ragazzo serio. Più ti guardo e più mi ricordi il nonno Carlo da giovane. Sapessi quanto mi manca! L’altro giorno mi è venuto a trovare ma forse era solo un sogno…non lo so. Ma…mi sto dimenticando il tè!” Appoggiandosi al girello la vecchia scomparve nel cucinino. Quando tornò nel salotto non trovò più il “nipote”. Sul tavolo in radica di noce c’era un mucchio di braccialetti, porta sigari, portafotografie, catenine e un biglietto.
Ciao nonna Ester, scusa ma sono dovuto scappare per un impegno urgente di lavoro. Ti ho lasciato sul tavolo gli oggetti che la mamma ha trovato ieri in soffitta. Erano del nonno. Ciao! Gianni.

Sottoterra

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Quando il rumore della rulliera tornò a coprire gli altri rumori del magazzino Prospero si sentì sollevato, il primo lavoro di rifornimento era finalmente finito. Ora sarebbe passato al lavoro di prelievo, più frenetico ma fisicamente meno dispendioso. Decine di uomini e di donne con grandi carrelli avrebbero girato come trottole per ogni metro quadro dell’immenso capannone, salito e sceso centinaia di scale, raggiunto ogni scaffale, raccolto e identificato migliaia di prodotti tecnologici, confrontato i loro codici UPC, EAN e SKU con quelli segnati sulle lettere di commessa e inscatolato ed etichettato ogni ordine. Avrebbero poi affidato i pacchi al flusso regolare della rulliera che, senza fatica, avrebbe trasportato tutto nella sezione di controllo e imballaggio. Era un ciclo che sembrava non finire mai.
Nell’edificio non c’era alcuna luce naturale solo neon eternamente accesi, immutabili nella loro vuota freddezza. Il divieto assoluto di portare orologi e telefoni all’interno della struttura non permetteva di stabilire, neanche con vaga approssimazione, in quale parte del giorno ci si trovasse. Così ci si affidava alla successione delle varie fasi lavorative e la rulliera contribuiva, con distaccato meccanico rigore, a scandire le ore. Era come se il girare dei rulli e dei nastri trasportatori misurasse lo scorrere del tempo e, in qualche modo oscuro, persino, lo determinasse.
Alla fine del quarto ciclo di rulliera Prospero si sentì molto stanco. Tutti gli anni che aveva vissuto lì dentro gli chiesero proprio quel giorno il conto. Avrebbe desiderato andare a casa o almeno sedersi un po’ per una breve pausa. Ma non poteva, nessuno poteva. Prese allora a trascinare il carrello come un sopravvissuto dopo un conflitto nucleare, ad aggrapparsi alle scale come un marinaio all’albero maestro in mezzo alla tempesta e, a furia di leggere codici numerici e alfanumerici, avvertì un crescente e fastidioso dolore agli occhi che immaginava ormai gonfi come quelli di una rana. Stava male, è vero, ma non molto più di altre volte. E poi non era solo, non si sentiva solo: c’erano i suoi colleghi, o meglio, i suoi compagni di sventura, come preferiva chiamarli. Erano uomini onesti e sfruttati che provenivano da ogni parte del mondo. Come lui erano condannati a quella attività incessante, ne condividevano gli sforzi e ne sopportavano la crudele alienazione. Insieme, come ingranaggi di una grande macchina, anelli di una solida catena. Ogni sezione dell’azienda aveva una certa omogeneità etnica e geografica dei lavoratori: gli africani erano ai carrelli elevatori, i sudamericani ai pallett in uscita per i corrieri, i cinesi al controllo e all’imballaggio. La sezione prelievo e rifornimento dove lavorava Prospero era una delle più miste. Era formata da un gruppo di giovani italiani e da un gruppo di srilankesi, quasi tutti ex giocatori di cricket. Prospero si trovava bene con tutti loro, in particolare con gli srilankesi che chiamava con simpatia “la squadra”. Durante il secondo rifornimento, quando alla undicesima ora di lavoro le gambe incominciarono a cedergli, Prospero chiese, come spesso ultimamente faceva, aiuto alla squadra. E la squadra rispose come aveva sempre fatto. Dissimulando davanti alle telecamere l’aiuto concesso, grazie a un ingegnoso schema di coperture, fatto di velocità e continua alternanza del lanciatore, quei formidabili giocatori di cricket riuscirono da terra a fargli arrivare la merce tra le mani con incredibile precisione, sgravandolo così da quel supplizio di salire e scendere le scale.
Da quel giorno di fine ottobre i giorni si susseguirono più o meno sempre uguali. Entrava con il buio, usciva con il buio, non toglieva neanche più il gilet arancione ad alta visibilità con il logo aziendale. Ogni tanto si soffermava a guardare le confezioni di cartone colorato della carta fotografica delle stampanti digitali che a chili movimentava dalla mattina alla sera: c’erano istantanee di alberi, spiagge, famiglie sorridenti. Tutte cose immaginarie, irreali, impossibili. A volte aveva dei cali e, quando non ce la faceva proprio più, chiamava a supporto la squadra.
Presto però quella logorante routine venne interrotta bruscamente. Le telecamere di sicurezza, utilizzate dalla direzione anche per altre più o meno lecite funzioni, avevano infatti intercettato qualcosa. Il report era chiaro e parlava di ripetuta e inequivocabile flessione produttiva dell’ operaio n° 2417 – Prospero G. Il provvedimento della direzione non tardò ad arrivare. Il 24 novembre Prospero sarebbe stato trasferito a un altro settore: la gabbia.
Era la parte meno conosciuta e più controllata del magazzino. All’ingresso guardie armate e metal detector ne segnalavano minacciosamente lo status di zona speciale. La merce, quasi tutta costituita da prodotti Apple, era stipata dentro a un gigantesco reticolo metallico giallo, protetto da sofisticati sistemi di allarme. Il monitoraggio era costante e minuzioso. Dentro la gabbia lavorava il guppo dei packistani, l’unico che non parlava italiano.
Prospero non reagì male al provvedimento, anzi, quasi contento di questo inaspettato e improvviso cambiamento, scherzò con la squarda sul fatto che avrebbe testato la bravura dei lanciatori di cricket packistani e salutò tutti con affetto e un vago ottimismo. Ma c’era un particolare che ancora non conosceva e riguardo al quale nessuno aveva osato informarlo: la gabbia, una specie di caveau, era sottoterra. Come si sarebbe potuto conciliare questa condizione con la sua cronica claustrofobia?
La risposta non venne mai. Finito il turno, sulla strada di casa, l’automobile di Prospero si schiantò nel buio contro una fila di alberi. Alberi non immaginari. Un colpo di sonno, un calo della vista…chissà.
In un modo o nell’altro erano riusciti a trasferirlo. Ora era sottoterra.

L’incantesimo

L'incantesimo

Erano anni che la prima linea del battaglione di fanteria dell’esercito britannico non avanzava e non arretrava. I fucilieri e i granatieri, perfettamente schierati e pronti all’assalto come alla difesa, da tempo avevano cessato il fuoco e attendevano ordini che sembravano non arrivare mai. Nelle retrovie l’artiglieria, la fanteria motorizzata e il genio guastatori vivevano immobili la stessa logorante attesa. Quanto erano lontani i giorni dell’azione con manovre diversive, accerchiamenti e sabotaggi! Ma che fine aveva fatto il nemico? Perchè non attaccava? Chissà se era vero che sul tappeto sotto alla scrivania era schierato un intero battaglione della Wehrmacht. Neanche il Pinocchio di legno dall’alto dei suoi sessanta centimetri riusciva a vedere fino a là. Forse le truppe tedesche erano state fermate dalla polvere, forse per attaccare aspettavano i rintocchi dell’orologio a pendolo ormai fuori uso o forse avevano rotto per sempre il loro schieramento e si erano disperse tra le mille decorazioni colorate del tappeto persiano. Magari avevano rinunciato alla guerra e deciso di partire senza armi per incredibili esplorazioni geografiche nelle grandi stanze di quell’appartamento chiuso da anni. Solo la nonna, dentro alla fotografia sul penultimo ripiano della libreria, aveva una visuale sufficientemente elevata per conoscere la verità, ma di questi fatti non sembrava curarsi più di tanto, il suo sguardo era tutto rivolto alla sua vecchia Singer nera che, ferma da vent’anni, spuntava dal tinello e sembrava ancora aspettarla. Era un mondo senza rumore, immerso in una sospesa quiete sognante, ormai quasi indifferente allo scaltro fluire del tempo. Nella sala la radio guardava con muta simpatia il pianoforte verticale che, timido, fingeva di dormire sotto a un lenzuolo di cotone bianco. I due si consolavano a vicenda, senza parole, come vecchi amanti. Quanti suoni erano usciti da quella magica scatola di legno piena di valvole! Il cono del suo altoparlante aveva avuto l’onore di amplificare il meglio della musica classica e della musica popolare di un intero secolo. Da lì erano passati un po’ tutti: da Toscanini a Bernstein, da Louis Armstrong a Miles Davis, dai Beatles ai Led Zeppelin. Anche il pianoforte non era stato da meno e aveva avuto un ruolo da protagonista nel palinsesto musicale dell’appartamento. Da qualche parte le sue assi scure avevano ancora memoria di quelle antiche vibrazioni. Quando la chiave metallica a pipa si immerse nelle buie profondità della sua cassa armonica alla ricerca delle giuste frequenze, qualcosa si risvegliò, lentamente. Cupi brontolii, cigolii, frammenti di accordi…poi le note del preludio n° 15 di Chopin caddero come gocce di pioggia nel silenzio e lo bucarono, lo squarciarono, lo baciarono, lo vinsero con la delicata grazia della bellezza e con il potere nascosto del suo mistero. L’incantesimo era stato sciolto. Le finestre si spalancarono in un enorme sorriso mentre la polvere danzava nella luce e le truppe britanniche tornavano a vincere la guerra.