Disordine, vanità e cambiamenti

Disordine e Vanità 2

“Come mi confondono tutti questi cambiamenti! Non so mai di preciso cosa potrei diventare da un momento all’altro.”   

Alice in Wonderland  – Lewis Carroll

Era da più di tre giorni che accusava un forte dolore alle tempie e alle orbite oculari. Il medico gli aveva prescritto antidolorifici e antinfiammatori che avevano avuto un effetto benefico solo parziale. A causa del suo stato di malessere provava una certa repulsione per l’acqua ma il cattivo odore incipiente, che sentiva provenire dalla maglietta, lo convinse a sfidare le tiepide acque della vasca da bagno. Aprì così il vistoso rubinetto cromato che spuntava dalla parete di piastrelle azzurre, ruotò la ghiera che chiudeva il tappo e accese la radio in attesa che la vasca si riempisse. Era seduto sul bordo angolare della vasca quando la radio, per celebrare i cinquant’anni del concerto di Woodstock, trasmise quel pezzo dei Jefferson Airplane che parlava del Bianconiglio di Alice. Il basso cupo, l’incedere marziale della batteria, la chitarra ipnotica, la voce acuta e suadente di Grace Slick, lo trasportarono come in un sogno. Il dolore svanì e la testa, ora leggera come una nuvola, sembrò salire più in alto della plafoniera al neon che dominava la stanza. Accese un incenso profumato e gli venne in mente l’indovinello del Cappellaio “Cos’hanno in comune un corvo ed uno scrittoio?”. La risposta migliore che aveva letto al concorso della England’s Lewis Carroll Society era stata: “un corvo e uno scrittoio hanno in comune il fatto che Poe scrisse su entrambi”. Sorrise, respirò profondamente e chiuse gli occhi per qualche istante. Quando li riaprì si ritrovò esattamente dove era, seduto sul bordo angolare della vasca, alla sua destra però si stagliavano ora due minacciose torri di plastica: quella blu del bagnoschiuma e quella giallo paglierino dello shampoo. Era diventato piccolo, piccolo come un omino Lego. Si alzò e provò a camminare sulla superficie smaltata del bordo vasca, attento a non scivolare sulle gigantesche macchie di sapone che si interponevano tra lui e l’immensa e fragorosa cascata del rubinetto. Cosa diavolo era successo? Come era possibile una cosa del genere? Stava sicuramente sognando. Doveva essere un incubo nato dallo stress, come l’emicrania che da giorni lo affliggeva. Si convinse che, se si fosse tranquillizzato, si sarebbe risvegliato e tutto sarebbe tornato alla normalità.
Intanto il livello dell’acqua stava pericolosamente aumentando all’interno di quello che era diventato un bacino enorme. L’acqua, fuoriuscendo, l’avrebbe travolto facendolo cadere dai bastioni della vasca sulle piastrelle del pavimento ma chiudere la manopola del rubinetto avrebbe richiesto una forza e una dimensione incompatibili con il suo stato. Si rese conto che l’unica soluzione percorribile sarebbe stata quella di scendere il più velocemente possibile fino al livello del pavimento e da lì raggiungere un posto sicuro. Ma come? L’altezza a cui si trovava era di circa mezzo metro e corrispondeva, in proporzione a un uomo di dimensioni normali, a circa venticinque metri. Si guardò intorno in cerca di idee. Dietro il bagnoschiuma scorse il portagioie aperto di sua moglie, vi si arrampicò sopra e vide, esultando in modo scomposto, un braccialetto e una catenina disordinatamente arrotolati. Ai suoi piccoli occhi apparivano non più come inutili gioielli ma come salvifiche catene d’argento con cui calarsi al suolo. Ma a cosa ancorarle? Vicino al portagioie c’era il flacone di Chanel n.5 appena acquistato da sua moglie. Aiutandosi con una boccetta di smalto per unghie raggiunse a fatica il collo della bottiglia di cristallo del profumo francese, vi fece passare intorno il braccialetto, lo chiuse il più stretto possibile. Scese e intrappolò un capo della catenina al braccialetto, cercando di perdere meno centimetri possibili. L’acqua nella vasca era ormai al limite, non c’era più tempo. Era stremato. Spinse giù dalle pareti della vasca la catenina. Troppo corta! Tra nodi e ancoraggi aveva perso molti centimetri. Ne mancavano ancora circa una ventina. La disperazione lo bloccò per qualche istante. Poi, sconvolto, si riaffacciò dal bordo vasca in cerca di un’ ultima soluzione. A qualche centimetro da dove scendeva la catenina c’erano i sandali con il tacco tredici che sua moglie aveva indossato la sera prima alla cena aziendale. L’acqua incominciò a tracimare con vigore crescente. Si calò immediatamente. Chanel n.5 sembrava reggere il suo peso. Arrivato alla fine della catenina puntò i piedi contro la parete di piastrelle, si dondolò un paio di volte e infine si lanciò verso i sabot di sua moglie. Atterrò proprio alla sommità del tacco dove batteva il calcagno e scivolò in un istante fino alla punta di paillettes. La vanità e il disordine di sua moglie lo avevano salvato. Dopo una serie di faticose scalate raggiunse la mensola asciutta e sicura davanti allo specchio. Non aveva ancora finito di tirare il fiato quando, guardando la sua immagine riflessa, si accorse, con un certo stupore e altrettanto disagio, di avere un corpo interamente di plastica.

Visioni di Oscar

Visioni di Oscar

Nella luce delicata del primo mattino Oscar si toglie il cappello e varca i cancelli del cimitero. Ha un disperato bisogno, dopo tanti anni, di ricordare. Ben presto si accorge di non essere solo. I viali di ghiaia tra le tombe si stanno popolando di uomini e donne di un’età piuttosto avanzata. Chi strappa erbacce, chi depone fiori, chi pulisce lapidi: attività amate e collaudate, quasi cerimoniali. Una donna sulla sessantina, incuriosita nel vedere un uomo non ancora quarantenne vagare in un camposanto la domenica mattina, non esita a domandargli con un tono quasi materno: “El me scusa giuvinott, chi l’è chel cerca?” Usa il dialetto come se fosse l’unica lingua ammessa in quello strano regno dove la condanna del tempo si ferma davanti all’eternità della morte. Oscar, un po’ imbarazzato, sta per rispondere in italiano quando, imprevedibilmente, volgendo lo sguardo lontano verso i campi di grano maturo al di là dei cancelli di ferro battuto, affida le sue parole all’antica dolcezza del lombardo occidentale: “Sun dré a cercà sü la culumbara del me papà e de la me mama” Sente in quel suono qualcosa di definitivamente suo, la piacevole sicurezza di trovarsi a casa. Gli occhi grigi della donna si riempiono di tenerezza e la sua mano rugosa sfiora il braccio di Oscar. “El me fiö l’è chi anca lü.” La donna si allontana con gli occhi bagnati. Oscar prosegue la sua ricerca e poco dopo trova le due tombe. Sono vicine e hanno le foto con i colori sbiaditi. Nei due volti riconosce il suo. Dietro a quel marmo c’è una parte di lui, c’è quello che avrebbe potuto essere e non è stato, c’è il mistero, c’è l’amore, c’è il dolore senza senso. È assalito dai ricordi: la vecchia cascina a corte senza bagno dove è cresciuto con i suoi quattro fratelli, i tuffi nella roggia in estate, l’abbraccio della mamma, la sua voce, il suo sorriso. E poi ancora la malattia che si porta via la mamma, il papà che affida lui e i suoi fratelli alla nonna anziana, il papà che li porta alla domenica a mangiare l’anguria, il papà che ride, che scherza, che beve e che muore. C’è un dolore implicito nella vita di ognuno che non può essere eluso. Oscar ha deciso di affrontarlo, di viverlo. Oscar ha vinto. Oscar è puro.

Il falsario

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“Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.”  Lc 24:30-31

Han van Meegeren uscì dallo studio con le mani ancora coperte di polvere di lapislazzuli, gli occhi rossi e la mente assediata da un esercito di agguerriti pensieri. La sua lunga notte senza sonno era finita con i suoi demoni, i suoi folli propositi, i suoi dubbi senza limiti. Le candele sciolte, la morfina, il Dom Pérignon e gli impasti segreti dei colori erano ora solo ricordi vaghi, gocce di rugiada evaporate nella brezza del primo mattino. In tutto quel confuso tormento era rimasto in piedi un unico sogno proibito: affrontare Vermeer.
Han si sedette in giardino sulla panchina di pietra sotto il glicine mentre il sole nascente incendiava le ultime nuvole rimaste a sfidare le carezze del vento. Da quella posizione vedeva la costa fino a Cap Martin. Rimase lì immobile, rapito dalla magia della luce che, senza tregua, colorava la terra che affondava nel mare. E in quel tempo sospeso si arrese definitivamente al suo destino di falsario.
Han aveva pensato a ogni minuzioso dettaglio in modo maniacale. Il rigore tecnico era stato assoluto. Si era procurato le materie prime per i pigmenti, facendole arrivare direttamente dai droghieri di Londra, Winsor e Newton . Con l’aiuto dell’amico van Wijngaarten aveva acquistato da alcuni rigattieri di Amsterdam alcune tele di poco valore del XVII secolo e su queste aveva poi intrapreso per quattro anni una serie lunghissima di esperimenti. L’alchimia giusta per “trattare” la tela risultò molto laboriosa e complicata nel suo procedimento ma impeccabile nel risultato. Era prevista una raschiatura degli antichi strati di pittura che conservasse le fessure profonde in modo tale che queste riapparissero nel nuovo dipinto; la stesura di una resina speciale ottenuta dal miscuglio di fenolo, formaldeide, olio di trementina e olio di lillà che rendesse la pittura resistente ai solventi e alle alte temperature; una cottura in forno a 105°; l’applicazione e la rimozione di una sottile pellicola di olio di china per simulare con i residui di questa la polvere intrappolata nelle spaccature. Tutto era perfetto. Ma la perfezione avrebbe destato sospetto e così Han progettò anche un deterioramento artificiale della tela e la simulazione di un suo approssimativo e antico restauro. Nessuno avrebbe distinto il vero dal falso, né il grande critico Bredius, né alcuna radiografia di controllo. Ma Han fece quello che nessun falsario al mondo avrebbe mai fatto: preparò le prove per essere smascherato. Smontò il telaio, tagliò cinquanta centimetri di tela sul lato sinistro e rimontò il telaio adeguandolo alle nuove dimensioni.
Avrebbe dipinto quello che Johannes van der Meer di Delft non dipinse mai. Cristo a Emmaus sarebbe stato il soggetto dell’opera e avrebbe celebrato con ambigua ironia il trionfo del falso sul vero.
Il parallelismo tra il Cristo non riconosciuto dagli apostoli e il suo stato di misconosciuto pittore ignorato dai critici lo divertiva e lo spingeva, con un sottile e perverso autocompiacimento, a procedere, senza più alcun timore, nella sua mistificazione creativa. Durante il suo viaggio in Italia, Han aveva ammirato sullo stesso tema il capolavoro insuperabile del Caravaggio. Era rimasto colpito, quasi turbato da quella luce che, duellando con il buio, strappava il senso del vero dalla profondità delle tenebre. In lui, diventato Vermeer, la luce sarebbe nata invece dal colore e onorata in ogni sua piccola sfumatura e impercettibile riflesso. Quella sarebbe stata la sua unica concessione alla verità. Per il resto avrebbe ingannato tutti. Gli esperti si sarebbero affrettati a gridare con entusiasmo alla sensazionale scoperta del filone mistico di Vermeer, la stampa e il pubblico avrebbero seguito a ruota.
Il sole era già alto quando Han si alzò dalla panchina sotto il glicine con un forte dolore al nervo sciatico. Avanzò zoppicando fino ad appoggiarsi al palo di frassino del pergolato dove si soffermò a osservare una vela bianca lanciarsi con il favore del maestrale verso la linea blu dell’orizzonte. Con le mani che avevano ancora il colore del mare, cercò di spingerla oltre, in un viaggio impossibile e senza ritorno. Poi chiuse gli occhi, fece un sospiro profondo e con una certa difficoltà si sforzò di immaginare i volti di Cristo e degli apostoli. Per questi ultimi aveva i modelli di Vermeer ma per Cristo intuì che la faccenda sarebbe stata molto più complessa. Riaprì gli occhi con un sussulto, disturbato dal suono sordo della campana di ottone del cancello. Chi diavolo poteva essere? Chi osava minacciare il suo prezioso isolamento? Scese con fatica per il sentiero che portava all’ingresso, spinto più dall’irritazione che dalla curiosità. Non aveva ancora smesso di imprecare quando davanti a sé uno sconosciuto con gli occhi del Cristo gli tolse ogni parola e ogni respiro. Dopo qualche attimo di sorpresa, Han simulando indifferenza, interrogò in un perfetto francese il visitatore.
– Chi siete?
– Mi chiamo Ruggero Baldini
– E da dove venite?
– Vengo da Lione dove per qualche mese ho lavorato come ferroviere ma…sono italiano
– …Sì questo l’avevo capito dal nome. Che cosa volete?
– Sto tornando a casa e… se per voi non è troppo disturbo vi chiederei un posto per passare la notte.
– Non amo i vagabondi e i fannulloni per cui vi propongo un affare. Voi posate per me e in cambio avrete vitto e alloggio fino a lavoro ultimato.
– Accetto.
Han aprì il lucchetto che bloccava il cancello in ferro battuto e fece entrare lo sconosciuto con gli occhi di Cristo.
L’uomo era alto, magro e indossava abiti consunti ma puliti nei quali era intrappolata una fisicità possente. Aveva un’aria dimessa ma dignitosa, un’ innata eleganza nei movimenti e quella timidezza nello sguardo che solo le persone oneste riescono ad avere. Rimase in silenzio con il cappello in mano mentre Han gli faceva strada attraverso il giardino.
Arrivati nei pressi dell’abitazione Han fece accomodare l’ospite sotto il patio, scomparve nella cucina e si ripresentò con un vassoio.
– Ecco qui per voi pane di segale, aglio e una bottiglia di vino.
– Grazie signore. Grazie davvero.
Han scomparve di nuovo ma questa volta in direzione dello studio.
Dopo un’ora di meticolosa preparazione tutto era pronto per trasformare il ferroviere italiano che tornava dalla Francia nel predicatore di Nazareth tornato dalla morte.
Quando Ruggero Baldini entrò nello studio e si rese conto chi avrebbe dovuto rappresentare, impallidì, si fece il segno della croce e con voce tremante si rivolse a van Meegeren.
– Non sono degno di prestare il mio volto all’immagine di Cristo, vi scongiuro di pregare per me! Temo la collera dell’Onnipotente.
Nonostante Han fosse completamente ateo, rimase impressionato da quella reazione e da quella strana richiesta. Così, con la tavolozza in una mano e il pennello ancora secco nell’altra Han si lanciò in un’assurda preghiera.
– Dio, se esistete, non condannate, vi prego, quest’uomo perché ha partecipato alla mia opera. Mi assumo io l’intera responsabilità. Dio, se esistete, non giudicate male la libertà che mi sono concessa scegliendo un tema biblico. Non l’ho fatto per offendervi e la scelta è una mera coincidenza.

La tensione nella stanza era perfetta. Han non voleva perderla. E mentre la luce della sera, filtrata dall’immensa vetrata dello studio, si rifletteva in ogni corpo, animandolo di una misteriosa energia, il suo tratto scivolò sicuro e fluido sulla tela.

L’ attesa

image“Sont saraa su in ‘sta ratera
piena de nebbia, de frecc e de scur,
sòtta a ‘sti mur passen i tramm,
frecass e vita del me Milan…

El coeur se streng, ven giò la sira,
me senti mal e stoo minga in pee,
cucciaa sul let in d’on canton
me par de vess propri nissun!”

Ma mi Giorgio Strehler

Dalle acque scure del canale sale nebbia e odore di acquaragia.
Scommetto che sarà la nebbia, prima del buio, che coprirà questa sera i colori degli alberi. Allora, quei colori, sarò costretto a immaginarmeli tutti e ho la presunzione che saranno ancora più belli. Il parco non è molto grande, l’ho già attraversato per intero almeno due volte. Vorrei che i suoi piccoli boschi e i suoi poggi si estendessero oltre le case Aler e il benzinaio Q8.
Oggi è un giorno senza sole, come tanti altri. Sognare risulta quasi necessario. Amo scomparire. Fingo di sentire il rumore delle foglie secche calpestate dai miei passi e mi rilasso così tanto che metto in dubbio persino il fatto di esistere. È così piacevole pensare di non esistere, guardare le cose là fuori senza coinvolgimenti né problemi di sorta, dimenticare se stessi, non mantenere alcuna promessa, almeno per un po’.
Devo restituire la raccolta di racconti di R.C. alla biblioteca. Li ho letti d’un fiato. Mi è rimasta l’idea di questa tragedia banale che si consuma ogni giorno nella vita di ognuno. Cosa potranno mai fare le illusioni contro questo vuoto? Basteranno a colmarlo? Meglio nascondersi in qualche solido e superficiale sogno materiale. Qualche lampione si accende mentre la nebbia ha quasi vinto la sua battaglia. Lascio il parco per i marciapiedi affollati. E’ l’ora in cui lavoratori tornano alle loro case. Vedo uomini e donne con i volti stanchi camminare spediti, non hanno tempo da perdere, hanno impegni e responsabilità, sono troppo onesti per diventare invisibili.
Fisso i cartelloni pubblicitari che costeggiano la linea ferroviaria, i loro colori vivaci, le loro grandi promesse. Spingo la forza delle mie suggestioni aprendo la pesante porta a vetri del bar Le Due Isole e ordino un Campari, presto, ne sono sicuro, arriverà il buio.
Sono fortunato perchè dalla mia unica finestra ho una vista magnifica e da qualche mese è ulteriormente migliorata: ho rimosso le sbarre. Sento il tempo sfaldarsi, lo tengo in pugno e riesco a ingannarlo, sono diventato un professionista dell’attesa.

Diciannovesimo esaurimento nervoso

iphone new

“…beh, mi sembra che hai visto troppo in troppi pochi anni
E sebbene hai tentato non puoi proprio nascondere che i tuoi occhi sono bordati di lacrime

È meglio che ti fermi
Guardati intorno
Eccolo, eccolo, eccolo, eccolo
Ecco il tuo diciannovesimo esaurimento nervoso” 

19th Nervous Breakdown – The Rolling Stones

“Buongiorno! Mi permette di mostrarle le incredibili app. del nuovo smartphone Stardust19?”

“No, grazie. Non mi interessa, non ho mai avuto neppure il telefonino.”

“Ma questo non è un telefonino, è uno Smartphone, il migliore smartphone sul mercato, evoluto alla 4° generazione, comprensivo di diciannove viaggi in realtà virtuale
a costo zero, il sogno che diventa realtà.”

“…quando i sogni diventano realtà spesso si trasformano in incubi, incubi veri. Molto meglio che i sogni rimangano tali.
Non mi interessa, grazie.”

Il venditore dentro lo stand si ammutolì ma non si scompose, lo guardò con aria di sufficienza e di leggero compatimento, si lisciò i capelli impomatati e, con un nuovo ammiccante sorriso, si rivolse subito a un altro cliente dell’ipermercato che, con il carrello vuoto, stava attraversando l’enorme sala di ingresso, a quell’ora ancora poco affollata.
Mario si fermò a guardare la scena, non resistendo alla curiosità di vedere quale approcio avrebbe ora utilizzato l’azzimato venditore. Ma un’improvvisa telefonata catturò l’attenzione del nuovo potenziale acquirente che continuò a dirigersi deciso verso l’entrata del reparto alimentare. Il petulante addetto vendite, confinato all’interno del suo stand colorato, rimase senza alcuna possibilità di intervento.
Mario, sorridendo sotto i baffi, spinse il carrello verso l’uscita che portava al gigantesco parcheggio esterno.
Dopo aver caricato la spesa in macchina, salì a bordo, mise in moto e, uscito dal parcheggio, accese la radio proprio in tempo per il notiziario delle 9. Il titolo di apertura del radiogiornale lo lasciò di sasso.
“Forte esplosione a Venasio, stamane alle 8.40 del mattino, all’interno del noto ipermercato del gruppo Jet Market.
Tempestivi i soccorsi di ambulanze e vigili del fuoco. Sul luogo massiccio dispiego di forze dell’ordine, nucleo artificieri e reparti speciali per controllare e bonificare la zona. Ancora ignota la causa dell’esplosione, si tende ad escludere l’atto terroristico dato l’orario di scarsa affluenza. Si temono comunque vittime, in particolare fra il personale interno. A breve, collegamento in diretta con il nostro inviato.”
Mario si fermò immediatamente, accostando l’auto al ciglio stradale. Scese dal veicolo e volse lo sguardo poche centinaia di metri indietro dove l’imponente struttura del centro commerciale si stagliava, completamente intatta, nella luce delicata del mattino. Pensò ad un errore del notiziario, il fatto magari era anche avvenuto a quell’ora e in quella catena di supermercati ma avevano sbagliato sicuramente il nome della località. Risalì in macchina e riaccese la radio.
Dopo circa un paio di minuti l’inviato si collegò con la redazione per raccontare nei particolari l’accaduto.
Mario non credette alle proprie orecchie quando l’inviato ripetè il nome della località, confermando la notizia sintetizzata precedentemente nei titoli.
Doveva chiamare subito sua moglie, rassicurarla e allo stesso tempo avere da lei informazioni più chiare su quell’incompresibile situazione. Ma non aveva alcun cellulare, non lo aveva mai avuto ne’ voluto e le cabine telefoniche pubbliche, ormai reperti di archelogia tecnologica, erano diventate rarissime.
Decise quindi di rientrare il più rapidamente possibile a casa.
Giunto in via Tito Livio 38, con suo drammatico stupore, non trovò il condominio residenziale dove da anni abitava con la moglie ma un centro sportivo con campo di calcio, pista di atletica e palestra.
Mario ne rimase sconvolto. Scese dall’auto e andò a leggere e rileggere la targa con il nome della via. Non era possibile. Dov’era la sua casa? E sua moglie? E gli altri condomini? Come dissolti o mai esistiti. Nonostante l’angoscia crescente e il profondo senso di smarrimento in cui versava si rimise in macchina, dirigendosi verso il palazzo del municipio. Giunto nella piazza principale del paese, si trovò davanti al palazzo comunale.L’edificio, risalente ai primi del novecento, era molto simile a quello che ricordava, tranne che per il colore e qualche dettaglio strutturale. Vi entrò velocemente e si mise in coda allo sportello accoglienza. Gli interni, al contrario degli esterni, erano molto differenti, nuovi, fuzionali e di gusto minimalista. Tutto sembrava regolare ma diverso. L’unico elemento sopra le righe si trovava dietro la parete retrostante agli sportelli. Qui campeggiava un grande e bizzarro murales in stile sovietico raffigurante l’Ultima Cena. Al posto di Cristo e degli apostoli erano ritratti il sindaco e i suoi assessori. Giuda Iscariota era stato sostituito da Paolini, l’assessore al bilancio che aveva tentato di rovesciare la giunta.
Nell’attesa Mario si sforzò di pensare a cosa chiedere per avere informazioni che potessero spiegare l’inspiegabile. Passare per matto o in preda a qualche strana sostanza psicotropa sarebbe stato facilissimo. Il punto di svolta sarebbe potuto essere quello di entrare in contatto con qualcuno di conosciuto, conosciuto nell’altro mondo, il mondo vero, quello precedente.
Ma la parola “mondo vero” bloccò ogni sua ulteriore riflessione e lo fece quasi rabbrividire.
Erano arrivati al numero 68, era quasi il suo turno e non sapeva ancora bene cosa domandare, quando, dallo zaino che aveva sulle spalle partì una vibrazione e “19th Nervous Breakdown“, vecchio pezzo dei Rolling Stones, coprì il moderato brusio degli educati cittadini in coda.
Mario, incredulo, si tolse lo zaino, lo aprì e vi trovò dentro un sottilissimo Smartphone illuminato di viola. Sullo schermo lampeggiava la scritta: “Realtà Alternativa n° 19”.

Impegni

stadio

“Rompeva più finestre lui con un pallone che i serbi con le loro bombe.”
Dipendente dell’Hotel Kolovare

Tra meno di un’ora giocherò la partita di calcio più importante della mia vita. Non penso agli avversari, non mi concentro sugli schemi, non ripercorro la mia carriera con le sue vittorie e le sue sconfitte, non parlo con i compagni. Nel corridoio sotterraneo degli spogliatoi ripenso al muro sgangherato del parcheggio dell’Hotel Kolovare contro cui a sei anni tiravo il pallone, ripenso alle scarpette rosse con i tacchetti che mio padre e mia madre mi fecero trovare il giorno di Natale del’91 sotto la brandina del campo profughi di Zara, rivedo la mia casa avvolta dal fumo e dal fuoco, la disperazione della nonna, la paura che mi assale togliendomi il respiro. Ho ancora nelle orecchie il frastuono delle granate e dei colpi di mortaio serbi. Rumori ancora vivi che superano prepotentemente anche le urla dello stadio. Non se ne andranno mai. Cosa mi importa di una partita di calcio? Non sarò mai in pace, non sono pronto, non vorrei essere qui, anche se ho fatto di tutto per giocare questa finale. Ho sognato questo momento per più di venticinque anni e adesso che sono a un passo, tutto sembra perdere di significato. Ma ecco che sento posarsi bonariamente sui miei capelli, non più così biondi, le mani enormi e ruvide di mio nonno. Ho negli occhi il suo sorriso sdentato, le sue rughe scolpite dal vento. Mi rincuoro nei suoi occhi allegri e buoni. Ho nelle narici il suo odore e quello acre delle sue pecore. Sono a casa, sulle colline aspre della mia terra con il pallone tra i piedi, quello che lui mi ha regalato. Sorrido. Lo aspetto fino a sera per ringraziarlo. E’ buio. Non tornerà. Non so se questa sera vincerò la Coppa del Mondo ma ho preso due impegni. Parlare con i fantasmi e restituire un sorriso.

Sepolture e miracoli

Drake's grave

“Il tempo non è affatto ciò che sembra. Non scorre in una sola direzione, e il futuro esiste contemporaneamente al passato.” Albert Einstein

Lo rivedo dopo molti anni, per caso. Scende dalla linea verde con in mano una borsa di plastica arancione, indossa vestiti usati di vent’anni prima, forse presi in qualche dormitorio. Ha ancora i capelli lunghi ma ora sono sporchi, radi e arruffati, la barba è incolta. Ridicoli occhiali femminili coprono generosamente i suoi occhi e tutto, compreso il suo odore, indica che il suo unico mestiere, da diversi anni, è sopravvivere. Non ho il coraggio di fermarlo. Il passato deve rimanere intatto e sepolto, penso. Ma grazie alla coerenza che non ho mai avuto, torno con la mente a quei giorni lontani. La prima immagine di Roger che esce dalle rovine nebbiose del tempo è quella del concerto all’Aquarius Festival. Riesco ancora a sentire il profumo intenso di quell’incenso indiano che accendevamo prima di ogni concerto. Vedo Roger nella sua camicia arabescata e coloratissima collegare la Telecaster alla testata dell’amplificatore Vox e attaccare quel suo riff spaziale pieno di eco. Il pubblico esplode in un boato e incomincia a saltare a tempo. E’ un trionfo. Mi sembra impossibile che tutta quella musica e quell’energia si sia spenta per sempre. Mentre mi allontano dalla stazione della metropolitana mi domando se sotto i miei abiti puliti, stirati e borghesi bruci ancora qualcosa di irriverente e selvaggio. E’ una domanda noiosa, da banale crisi di mezza età, la sopprimo. Ma rivedere Roger mi ha fatto sentire strano. Decido, come un tempo, di vagare per la città senza una meta. Finisco per perdermi e, forse, per ritrovare qualcosa. E’ mezzogiorno, il parco è deserto. Luce accecante, cielo limpido, ombre perfettamente definite, erba secca e gialla, grandi spazi di rilassante desolazione. La torre di cemento armato dell’acquedotto comunale con la sua mole imponente e con la sua forma a fungo finge di celare uno sconosciuto significato simbolico che non riesco a cogliere. Mi muovo in un quadro di De Chirico. Le foglie argentate dei pioppi bianchi luccicano nel sole, sembrano farfalle extraterrestri, presto mi avvolgeranno. Chiudo i pensieri all’errore e al dolore. Voglio salvarmi. Ho sepolto dentro di me un paio di speranze: capire gli altri ed essere capito da loro. Credo sia giunto il momento di togliere queste speranze dal loro sepolcro dorato e resuscitarle. Posso fare miracoli. Ogni cosa andrà per il verso giusto. Tempo e spazio hanno il valore di un biglietto ATM scaduto. Mi sono liberato dal potere soggiogante degli oggetti e dal meschino ricatto dei ricordi. Non mi importa più se il vetro della nostra fotografia si è rotto, perché tu ed io non siamo quella fotografia e non siamo mai stati imprigionati in quello scatto. La morte, come la vita è solo un’illusione, per quanto tenace. Siamo ovunque, da sempre.