L’incantesimo

L'incantesimo

Erano anni che la prima linea del battaglione di fanteria dell’esercito britannico non avanzava e non arretrava. I fucilieri e i granatieri, perfettamente schierati e pronti all’assalto come alla difesa, da tempo avevano cessato il fuoco e attendevano ordini che sembravano non arrivare mai. Nelle retrovie l’artiglieria, la fanteria motorizzata e il genio guastatori vivevano immobili la stessa logorante attesa. Quanto erano lontani i giorni dell’azione con manovre diversive, accerchiamenti e sabotaggi! Ma che fine aveva fatto il nemico? Perchè non attaccava? Chissà se era vero che sul tappeto sotto alla scrivania era schierato un intero battaglione della Wehrmacht. Neanche il Pinocchio di legno dall’alto dei suoi sessanta centimetri riusciva a vedere fino a là. Forse le truppe tedesche erano state fermate dalla polvere, forse per attaccare aspettavano i rintocchi dell’orologio a pendolo ormai fuori uso o forse avevano rotto per sempre il loro schieramento e si erano disperse tra le mille decorazioni colorate del tappeto persiano. Magari avevano rinunciato alla guerra e deciso di partire senza armi per incredibili esplorazioni geografiche nelle grandi stanze di quell’appartamento chiuso da anni. Solo la nonna, dentro alla fotografia sul penultimo ripiano della libreria, aveva una visuale sufficientemente elevata per conoscere la verità, ma di questi fatti non sembrava curarsi più di tanto, il suo sguardo era tutto rivolto alla sua vecchia Singer nera che, ferma da vent’anni, spuntava dal tinello e sembrava ancora aspettarla. Era un mondo senza rumore, immerso in una sospesa quiete sognante, ormai quasi indifferente allo scaltro fluire del tempo. Nella sala la radio guardava con muta simpatia il pianoforte verticale che, timido, fingeva di dormire sotto a un lenzuolo di cotone bianco. I due si consolavano a vicenda, senza parole, come vecchi amanti. Quanti suoni erano usciti da quella magica scatola di legno piena di valvole! Il cono del suo altoparlante aveva avuto l’onore di amplificare il meglio della musica classica e della musica popolare di un intero secolo. Da lì erano passati un po’ tutti: da Toscanini a Bernstein, da Louis Armstrong a Miles Davis, dai Beatles ai Led Zeppelin. Anche il pianoforte non era stato da meno e aveva avuto un ruolo da protagosista nel palinsesto musicale dell’appartamento. Da qualche parte le sue assi scure avevano ancora memoria di quelle antiche vibrazioni. Quando la chiave metallica a pipa si immerse nelle buie profondità della sua cassa armonica alla ricerca delle giuste frequenze, qualcosa si risvegliò, lentamente. Cupi brontolii, cigolii, frammenti di accordi…poi le note del preludio n° 15 di Chopin caddero come gocce di pioggia nel silenzio e lo bucarono, lo squarciarono, lo baciarono, lo vinsero con la delicata grazia della bellezza e con il potere nascosto del suo mistero. L’incantesimo era stato sciolto. Le finestre si spalancarono in un enorme sorriso mentre la polvere danzava nella luce e le truppe britanniche tornavano a vincere la guerra.

Il vincitore del Premio Falqui

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“Sei stato con i professori e tutti ti hanno apprezzato, hai discusso con grandi avvocati di lebbrosi e di imbroglioni, hai letto tutti i libri di F. Scott Fitzgerald, sei un uomo istruito è risaputo. Ma sta succedendo qualcosa qui e tu non sai che cosa, non è così Mr. Jones?”

Ballad Of A Thin Man – Bob Dylan

Quando il boia lo prese per scortarlo alla ghigliottina Paolo ripensò agli ultimi momenti di libertà prima dell’arresto. La breve detenzione era bastata a fiaccargli il morale e a deprimerlo. Ora gli sembrava impossibile che fosse mai esistito un mondo in cui uno come lui avesse potuto vivere il suo tempo da protagonista. Eppure era stato così e la condanna a morte infertagli dal tribunale era lì a testimonianza dello splendore di quel suo clamoroso e recente passato. In un certo senso era molto orgoglioso di quella condanna per “crimini contro la cultura”.
Erano passati solo dieci giorni da quando l’editore gli aveva fatto delle pressioni, tramite il suo manager, affinché pubblicasse qualcosa di nuovo.
Aveva ancora negli occhi il foglio elettronico bianco che attendeva di essere riempito di parole. Bastava anche solo una traccia di inutile vacuità, di crassa mediocrità, di ingenuo qualunquismo, di emozioni seriali a buon mercato, per riaccendere le luci del circo e riavviare la macchina dei soldi.
Tutti i media, non solo i quotidiani, aspettavano un suo inedito per l’estate.
Era lui il novello vincitore del prestigioso Premio Falqui, lo scapigliato redentore della cultura di massa, il giovane nuovo messia della letteratura pop.
Il suo racconto dell’estate, rimbalzato su tutti i social, avrebbe fatto notizia, creato più di un evento, fatto discutere. Poco più di duemila parole lo avrebbero ulteriormente consolidato come narratore della modernità, voce di una generazione, icona popolare e pseudointellettuale. Finalmente sarebbe entrato a far parte in pianta stabile di quella aristocratica schiera composta da politici, imprenditori, calciatori, donne fatali, cantanti, attori, giornalisti, modelle, blogger, ballerine. Era lì che si meritava di stare, con quelli che “ce l’avevano fatta”, che avevano imparato l’arte di sorridere mentre uccidevano come quella di nascondere il prezzo delle scorciatoie percorse. Gliel’avevano promesso: sarebbe entrato in quel club esclusivo dalla porta principale, con il lasciapassare, valido un po’ per tutto, di eroe TV e dio del WEB. Sarebbe diventato ufficialmente un V.I.P., di quelli veri e come questi avrebbe vissuto, senza alcun freno, lo sfarzo dei privilegi acquisiti.
Ma c’erano alcuni aspetti che non era riuscito a nascondere durante il dibattimento del processo. La ricostruzione dell’accusa sosteneva che il suo strepitoso successo era stato ampiamente pianificato da una regia occulta. La potente casa editrice a cui apparteneva stipendiava oscure figure di pubblicitari, uomini di marketing, esperti di comunicazione, massmediologi, scrittori fantasma, sacerdoti del SEO, che avevano sintetizzato in estenuanti riunioni il suo DNA di fenomeno mediatico e avevano poi lavorato senza sosta nelle retrovie per correggerne le intemperanze e gestirne gli sviluppi. Questo da un lato ridimensionava le sue responabilità, dall’altro ne offendeva profondamente la strabordante vanità. E proprio quella sua fulgida e cristallina arroganza contribuì al ruzzolare della sua testa nel paniere di vimini, chiudendo ogni spiraglio alla possibilità di mitigare la pena. Prese un’ultima volta la parola per l’arringa finale:”Per la gente comune sono io il re dei Likes e delle visualizzazioni sul Tubo! Le mie interviste hanno sbaragliato la concorrenza dei tormentoni di rapper e popstar. I mei libri hanno riscritto la storia della letteratura e ridisegnato l’intero immaginario collettivo! Ora lasciatemi scrivere ancora un ultimo breve racconto, basta un piccolo ulteriore sforzo di banalità per la mia definitiva consacrazione, poi, i silenziosi mestieranti della mia casa editrice faranno sottobanco tutto il resto. Non vi deluderò, sono programmato per vincere.”

Salvezza

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L’aria era ferma, appiccicosa, caldissima.
Da qualche minuto l’appartamento al piano terra del condominio Saturno era stato colpito direttamente dal sole.
La tapparella del monolocale, non del tutto abbassata, lasciava filtrare solo qualche vivace raggio di luce che si proiettava in linee parzialmente deformi e in misteriose forme geometriche sulle pareti disadorne della stanza. Nella penombra un tavolo, un vaso di cristallo, una sedia e un vecchio si consumavano nella solitudine. Aspettavano qualcosa o qualcuno che non sarebbe venuto mai e, in quell’attesa immobile, la divisione tra spirito e materia era sembrata incrinarsi e cadere, come una delle più false illusioni umane. Non era chiaro se gli oggetti si fossero elevati ai viventi grazie a quella innaturale calma sospesa o viceversa se i viventi fossero scaduti al grado di oggetti a causa di una loro progressiva e malata staticità.
Il tavolo desiderava essere apparecchiato per pranzo, assistere a lunghe partite a scopa, essere ancora d’appoggio per libri, giornali e riviste. Il vaso voleva dell’acqua e dei fiori, la sedia un corpo da ospitare e sostenere e il vecchio un’alternativa alla vita o alla morte, non sapeva decidersi. Il meno sicuro era il vecchio, sì non c’erano dubbi, era proprio lui quello meno convinto e con i desideri più schizzofrenici. Ma era un’ instabilità che andava sanata. Così Ernesto, questo il nome del vecchio, lasciò l’appartamento e, infiacchito e stordito dal caldo, si avviò con fatica verso il bar del quartiere limitrofo.
Il Top Life si presentava a quell’ora infausta in tutta la sua sgangherata desolazione. Le macchinette dei giochi, con i loro colori psichedelici, le loro luci e i loro suoni elettronici erano il cuore pulsante del locale e radunavano una folla eterogenea di prostitute, pensionati, piccoli malavitosi e fannulloni di vario genere. Ernesto entrò senza essere visto e, senza scambiare una parola neanche con il barista, ritirò al banco la sua “medicina”. Le pale sul soffitto del bar che mulinavano aria non fresca furono le uniche a salutarlo. Nessun altro sembrava vederlo. Si rintanò in fondo, dietro al vecchio biliardo, abbracciando la medicina: un fiasco di vino economico. “Finalmente un amico!” pensò, mentre con l’aiuto prezioso di un fedele cavatappi aprì l’agognata bottiglia. La dissoluzione delle ore del pomeriggio avrebbe seguito, come ogni giorno, l’antica regola: “al primo bicchiere l’uomo beve il vino, al secondo bicchiere il vino beve il vino, al terzo bicchiere il vino beve l’uomo.” Naturalmente il numero dei bicchieri reali raggiunto superava ampiamente quello simbolico del proverbio. Per essere più precisi, si sarebbe potuto stabilire un’equazione tra bicchieri e bottiglie.
Ora Ernesto si trovava al terzo stadio e si sentiva vuoto, come le bottiglie che aveva davanti, ma la sua sete non si estingueva. Non si poteva estinguere. Così si alzò dalla sedia sulla quale era stato seduto in silenzio tutto il pomeriggio e barcollando si avvicinò al bancone di legno finto del bar. “Prima i soldi vecchio… poi…se ci sono tutti…il vino.” Il giovane barista obeso si rivolse a lui come se stesse  parlando con un cane e lo guardò di traverso, con un’ aria di insensibile disapprovazione. Ernesto non se ne curò e senza battere ciglio infilò la mano nell’unica tasca non bucata dei pantaloni, nel tentativo di stanare le ultime monete rimaste. Quando si accorse che mancavano un euro e 60 centesimi, si sentì quasi soffocare, chinò il capo e rimase immobile per un minuto, poi, riprese a camminare barcollando e si avviò verso l’uscita del Top Life. “Ah ah ah….le hai finite per oggi vecchio, eh!” Ridacchiò il giovane barista soddisfatto, mentre ritirava i bicchieri sporchi nel lavello. Ernesto lo ignorò e si avviò, col suo passo da cane randagio che le aveva appena prese, verso casa. Durante il tragitto non fece altro che pensare ai due giorni senza “medicina” che lo separavano dall’arrivo della pensione. Due giorni erano tanti, troppi per la sua sete. Come avrebbe fatto? A chi avrebbe potuto chiedere un prestito? Si fermò a vomitare all’incrocio tra via Neruda e via Hemingway come se fosse il gesto più naturale e ordinario del mondo, ormai faceva parte della sua fisiologia. Raggiunse i giardinetti di piazzale Smirnoff, si sciacquò con l’acqua fresca di un dragone sotto gli occhi divertiti di due brufolosi giovinastri e, con un forte mal di testa, tagliò verso viale Nabokov, dritto verso il Saturno. Proprio sotto il palo della fermata del 27 vide la Wanda che con la sua parrucca riccia e rossa “passeggiava” ancheggiando su dei trampoli e ciondolava una minuscola borsetta di paillettes. Ernesto la salutò con mille salamelecchi e con la tortuosità del più scaltro dei ruffiani le chiese i soldi per la “medicina”. La Wanda sorrise con la sua bocca rifatta, infilò una mano dentro a quei suoi seni giunonici che nascondevano un cuore ancora più grande e tirò fuori un biglietto da venti. Ernesto lo prese con un trasporto esagerato e commosso e, fissando con riconoscenza gli occhi affogati nel rimmel della Wanda, le disse la frase più romantica che gli venne in mente: “Sei la lucciola più bella e luminosa del viale!” Ora stava meglio, ce l’aveva fatta. La sua dannazione era salva.

Jack & Neal

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Raggiunta la stazione, Jack e Neal posano i loro pesanti zaini su una panchina, in attesa che compaia l’indicazione del binario del loro treno. C’è tutto un mondo in quella loro attesa trepidante. L’estate, con i suoi giorni senza fine, è appena incominciata e promette di soddisfare tutte le loro indefinite aspettative e di placare, se possibile, la loro giovane e vigorosa inquietudine. Neal parla con tutti, ride, scherza, sorride alle ragazze, poi, saltando come un grillo, sparisce tra la folla alla ricerca di cerveza e tabacco. Jack invece rimane lì, seduto sulla panchina davanti al tabellone delle partenze con in testa la sua nuova ossessione musicale : Asturias di Isaac Albéniz. Dopo qualche minuto, vincendo la sua naturale timidezza, estrae la chitarra classica dal suo fodero verde petrolio e prova a eseguire a memoria quegli arpeggi che sanno di caldo, di Spagna, di occidente. Un piccolo gruppo di passeggeri si raggruppa attorno a lui, un po’ per noia, un po’ per la bellezza del pezzo, non certo per il valore della sua esecuzione. Chiude gli occhi e immagina di essere un grande musicista, di suonare le note giuste al momento giusto, di far tremare per un momento il cuore delle persone.
Jack e Neal vogliono il mondo e lo vogliono subito. Solo il modo è diverso. Entrambi hanno sottoscritto la loro completa adesione alla vita, senza incertezza e senza paura. Là, da qualche parte in fondo alle rotaie, c’è l’infinito da andare a prendere.
La loro energia è tanta, forse troppa, spesso sembrano essere sul punto di esplodere. Neal, in particolare, è incontenibile, ipercinetico, immerso completamente in un flusso, quello della vita, del quale non è mai pago. Questa urgenza irrefrenabile la si ritrova nel suo modo di parlare, di camminare, di guardare, di bere, di amare, di sballarsi. E’ una candela che brucia da entrambi i lati, una luce intensa ma che non dura.
Quei due salteranno su quel treno e andranno lontano, molto lontano, non importa dove. Poi torneranno un po’ cambiati, un po’ cresciuti, un po’ invecchiati. E ogni estate alla stazione ci saranno altri Jack e Neal in attesa di andare e tutto si ripeterà come le stagioni. Sempre uguale e sempre diverso. Perché c’è un tempo per tutti in cui è possibile credere, come ha detto un mio amico, di poter togliere il buio dalla notte e dipingere il giorno di nero. E’ bello sapere che qualcosa non muore.

Piccole cose

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“Appena sei nato ti fanno sentire piccolo, non concedendoti alcun tempo invece di dartelo tutto, fino a che il dolore è così grande che non senti più nulla.”

Working Class Hero – John Lennon

Aveva capito molto presto che sopravvivere era un mestiere difficile. Bisognava impegnarsi tanto e resistere. Come diceva la nonna: “I bambini bravi non piangono, sono obbedienti, sono coraggiosi e vanno all’asilo dalla mattina alla sera.”
Era figlio unico e i suoi genitori lavoravano entrambi. Non c’erano mai. Erano gli anni settanta.
Era il primo a essere scaricato e uno degli ultimi a essere preso. Era il più piccolo e lo avevano ammesso alla scuola materna anche se non aveva ancora tre anni.
La nonna lo lasciava prestissimo, spesso con in bocca una caramella all’albicocca. Quello zucchero era importante e necessario; gli dava forza, lo tirava su, gli forniva quello straccio di sicurezza che gli permetteva di affrontare il salone gigantesco, freddo e ancora semideserto dell’asilo, almeno per un po’. Non si sarebbe smarrito finché l’aroma dolce dell’albicocca gli fosse rimasto sulla lingua. Una vera e propria magia. Quell’aroma gli ricordava la nonna, forse l’unica ad accorgersi della sua piccola esistenza e a occuparsi di lui. Doveva però sbrigarsi a mangiare la caramella e doveva farlo senza essere visto perché lì dentro era proibito mangiare caramelle. Se lo avessero scoperto gli avrebbero ordinato di sputare tutto nel cestino e, se non lo avesse fatto subito, avrebbero urlato e gli avrebbero ficcato in bocca una mano per cavargli la caramella con la forza, avrebbe pianto e avrebbe vomitato tutto il latte. Era successo, più di una volta.
Dopo un anno aveva tutti i denti cariati, le occhiaie perenni e non sorrideva mai. A quattro anni era già al passo con il suo tempo, omogeneo con gli alienati, i drogati e i disperati che riempivano le strade, le fabbriche, gli asili e le città.
Eppure c’erano quelli che stavano poco all’asilo e avevano la mamma e sorridevano e non avevano i denti cariati. Differenze inspiegabili. Ci aveva pensato su tante volte ed era arrivato alla conclusione che quei bambini dovevano per forza essere più bravi di lui per meritarsi di stare a casa con la mamma, non avere bisogno di mangiare caramelle all’albicocca, non vagare per nove ore tutti i giorni in quel salone troppo grande, non avere lividi, non picchiarsi con gli altri, non mangiare in quello schifo di mensa. Ma erano solo piccole cose. Era solo l’inizio.

Il segreto

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“La vita mi ha servito delle mani perdenti, o magari non le ho sapute giocare, chissà…Ora volevo parlare, ma non avevo nessuno accanto a me: ero un fantasma, non vedevo nessuno, e nessuno vedeva me. Ero il barbiere…”  

“The Man Who Wasn’t There” di Joel ed Ethan Coen.

 

Vittorio Valsecchi aveva un problema. I suoi sogni erano diventati la sua vita. Detta così sembrerebbe una condizione invidiabile, addirittura la migliore delle condizioni possibili ma in realtà si trattava di un disturbo grave che progressivamente lo aveva gettato in uno stato di profonda alienazione, almeno questa era la valutazione degli assistenti sociali che seguivano il suo caso. Escluse le ore destinate alle attività del centro di recupero diurno “La libertà”, Vittorio Valsecchi non faceva che dormire e sognare. Ormai non c’era altro. Ma come era potuto accadere che un uomo apparentemente normale arrivasse a rifiutarsi di vivere per sognare e rinunciasse alla sua normalità?
Negli ultimi dieci anni una serie di traumi lo avevano segnato più di quanto pensasse o fosse disposto a riconoscere. La pesante crisi economica mondiale aveva colpito anche lui, Vittorio Valsecchi, il barbiere famoso per conservare una foto per ogni testa che aveva avuto il piacere di tagliare. La concorrenza cinese e quella di grandi catene internazionali lo aveva sopraffatto. Il suo modo poetico e un po’ stravagante di interpretare la professione era sorpassato, definitivamente. A cinquant’anni aveva perso lavoro, moglie e amici. Era rimasto solo senza neanche capire bene il perché. Il mondo lo aveva tagliato fuori. Poco prima di cadere in quell’irrimediabile isolamento aveva provato a chiedere alle persone “normali” e “adatte” una spiegazione al suo inesorabile declino ma ogni analisi non sembrava mai centrare fino in fondo la situazione. Chi poneva l’accento sulla questione lavorativa ed economica e chi invece sulla questione emotiva e relazionale. Un fatto era certo: stava perdendo la partita su entrambi i fronti e non trovava la strada né la forza di risollevarsi. Cercava di prefiggersi dei buoni propositi, degli obbiettivi che risultassero condivisi e approvati dagli altri, dagli adatti, dai vincenti. Poi però arrivavano le domande e i dubbi. E tutto cadeva come un castello di carte. “Confrontarsi, adattarsi, inserirsi, cos’altro? Sognare forse…ah ma qui è l’intoppo!”. Così si tormentava, mentre fissava la strada dove era vissuto. Quel viale di periferia appariva sempre uguale, impassibile ad ogni cambiamento: era sempre stato così, anche quando le cose funzionavano. Le panchine, i platani, la fontana e la vecchia scuola sembravano chiedergli con sorpresa cosa mai gli fosse capitato, quale malattia lo avesse colpito. Vittorio Valsecchi allora si innervosiva e si metteva a fissare tutto con più attenzione e con un certo rancore. Ma questa era un’operazione sbagliata e pericolosa che non faceva che aggravare il suo malessere. Scopriva infatti crepe nella famigliarità delle cose e si convinceva che la loro pretesa immutabilità era solo apparente. Più le fissava e più queste diventavano ai suoi occhi estranee e sinistre. Era quello che il dottore del centro gli aveva detto chiamarsi “fenomeno perturbante”. E dal tono che aveva usato si trattava certamente di un cosa seria.
Vittorio Valsecchi incominciò quindi a confondere la realtà con i sogni, a deragliare verso un mondo suo, immaginario e ospitale. Lì aveva ritrovato il suo posto, aveva ripreso a tagliare capelli e a fotografare teste. Sua moglie era tornata, più affettuosa che mai. Anche gli amici si erano di nuovo fatti vivi e finalmente, senza più reticenze, gli avevano svelato il segreto del successo dell’altro mondo, quello degli “svegli”. Per farcela bisognava smettere di sognare!

 

Domenica

Pupazzo di neve

La neve cade incessante e monotona, coprendo ogni cosa.
Oggi Nina non lavora e può stare alla finestra, guardare il parcheggio modificarsi e aspirare alla malinconia. Ma deve stare molto attenta, perché non sopporta tanto bene il dolore. Mangia hamburger, scrive poesie su un pacchetto aperto di Fortuna, dice di amare Rimbaud. Ha velleità creative. Si prende molto sul serio, ma è solo un effetto collaterale della solitudine. Si perdona spesso, sa che è l’unico modo per sopravvivere. Non si piace, è ordinaria e scontata, deve farsene una ragione.
Ora basta, ha deciso, vuole trovare un senso in quel mondo imbiancato. Sposa illusioni impossibili, sottoscrive programmi di redenzione mentre i fiocchi cancellano le strade, tolgono prospettiva allo sguardo, dilatano le ore. Tenta nuove strategie contro la banalità e prende pezzi di altri per costruire se stessa in un modo migliore.
Dalla finestra non vede nessuno, solo neve. In quello spazio vuoto e freddo spera di occupare il suo posto. E’ il suo piccolo sogno. Si perde con gli occhi e la mente nel paesaggio gelato, sorride ai lampioni incappucciati di bianco, aspetta la sua occasione.
Poi tira le tende, si accende una sigaretta e abbraccia il calorifero, per oggi ne ha avuto abbastanza anche dei sogni, in fondo è domenica.