Il bilancio

stato patrimonale

“E alla fine l’amore che ricevi è uguale all’amore che dai”

The End  – The Beatles

Non ho lasciato molto: qualche soldo, una casa, una macchina e un pugno di ricordi. E’ stato tutto banale, molto più banale di quanto credessi e sperassi. E’ tragicomico, ma in fondo anche utile, che la coscienza della mediocrità arrivi solo alla fine. Così è stato per me e per molti altri. Siamo stati figuranti, comparse, nel migliore dei casi caratteristi, non certo attori di primo piano. Affacciati alla nostra finestra abbiamo osservato per decenni la nostra vita e quella degli altri scivolare via con uno sguardo a volte timidamente critico, a volte cautamente compassionevole, a volte impaurito, molto spesso, troppo spesso, distratto e passivo. Abbiamo deluso e tradito tutti i nostri eroi, soffocato l’azione nelle ragnatele disordinate di un pensiero esageratamente dialettico, abbandonato sogni meravigliosi per miserabili convenienze. Ma non vorrei, come sto facendo, parlare al plurale. Mi piacerebbe rivendicare almeno un’ ultima cosa: l’unicità e l’autenticità della mia vita, per quanto piatta, noiosa e superficiale sia stata. Ci provo ma non ci non riesco. Sembra che esperienze, sogni, aspirazioni, drammi, ricordi non siano altro che moduli serializzati, innestati a caso nei vari individui. Forse sto impazzendo, come quando, tanti anni fa, cercavo di capire Husserl. Cerco di razionalizzare il più possibile tutto quello che mi è accaduto in cinquant’anni aiutandomi con una tabella Excel, di quelle che si usano per la piccola contabilità aziendale. L’ho compilata inserendo tutti i dati che avevo a disposizione e l’ho spedita a tutta la mia mailing list. Il risultato credo abbia una certa valenza scientifica e spieghi in termini solidamente razionali e analitici quello che in questi casi la maggior parte degli esseri umani tenta di comunicare con bigliettini e ultimi manoscritti lasciati sul comodino. Forse almeno in questo, per una volta, sono stato originale. Alla confusione di una prosa cialtrona e di una poesia melodrammatica ho preferito la chiarezza cristallina di un’equazione! Riesco ad apprezzarla in tutta la sua semplice e spietata coerenza. Sono un contabile.

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L’ Arlecchino

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“…chiunque avesse avuto un cuore non avrebbe voltato le spalle spezzandolo e chiunque avesse mai recitato una parte  non le avrebbe dato le spalle odiandola…”

Sweet Jane – Lou Reed

Renato Cerutti, detto “l’Arlecchino” per l’audace abbinamento cromatico dei vestiti che era solito indossare, aveva incominciato presto. Furti, scippi, carcere minorile, comunità. Poi, dopo i diciotto anni, ancora furti, ancora scippi e ripetuti soggiorni a Opera.
All’alba dei trentacinque aveva capito che insistere in quei settori non dava grandi risultati e non apriva molti sbocchi. Così si era lasciato convincere dagli amici del Giambellino. Aveva deciso di cambiare, di osare, di dare una svolta alla sua vita di malnàtt: era entrato nel giro dello spaccio. Hashish, coca e pasticche. Due turni. Uno al mattino e uno alla sera, dalle dieci in poi. Presto però si era accorto che era un settore difficile: noie con i clienti, retate periodiche, troppa concorrenza. L’Arlecchino dopo qualche mese aveva mollato il colpo. Il suo sogno alla Scarface si era dissolto un bel giorno di metà marzo quando aveva riconsegnato la roba al “Grattuggia”, il capoccia che gestiva gli spaccini di tutto il Lorenteggio. E mentre la primavera allungava il suo abbraccio affettuoso e gratuito anche sui vialoni grigi di quell’angolo sfortunato di periferia, l’Arlecchino si era rintanato al Top Life dietro al tavolino di finto marmo vicino al biliardo, sforzandosi di immaginare un destino qualsiasi attraverso il rosso rubino di un Campari. Era nato per rubare, questo era sicuro. Ipnotizzato dai seni enormi della cassiera, e addolcito dall’alcol, cadde come in una specie di trance. Lentamente incominciò a vedere tra le bollicine un futuro ambizioso, fatto di lussuosi appartamenti svaligiati, macchine veloci, donne bellissime. Tutto quel suo splendido domani sembrava essere proprio lì, pronto per essere afferrato.
L’appartamento scelto era in un condominio signorile senza portineria in una via nelle adiacenze di piazza Napoli. Era al primo piano, abitato da una vecchia e dalla sua badante ucraina. L’Arlecchino, dopo una settimana di scrupolosi appostamenti, aveva programmato di entrarvi nel primo pomeriggio, approfittando del riposo della vecchia e dell’assenza della badante. Con una chiave bulgara aprì senza difficoltà la vecchia porta corazzata, entrò con passo felpato senza far alcun rumore e si diresse sicuro verso il salotto. Gli sembrò subito di entrare in un altro tempo. Ogni oggetto che lo circondava apparteneva a un modo passato, sepolto, dimenticato. Una foto in bianco e nero di una famiglia ormai estinta era gelosamente custodita in un prezioso portafotografie dentro a una vetrinetta art déco. La famiglia ritratta era molto numerosa e tutti i suoi componenti, dai vecchi ai bambini, sembravano fare da sentinelle alla cornice d’oro che li circondava, fissando con severa riprovazione l’intruso. L’Arlecchino, profondamente deluso dall’appartamento, si stava concentrando per rimediare su un possibile bottino di piccoli monili da rivendere facilmente in un “compro oro” e aveva già fatto sparire un bel po’ di metallo nello zaino quando la voce tremante della vecchia lo sorprese. “Gianni sei tu?” L’uomo non rispose e si avvicinò alla porta del salotto per svignarsela ma la vecchia, trascinandosi su un girello, gli apparve come un fantasma.  L’Arlecchino rimase immobile, quasi spaventato mentre l’anziana donna, osservandolo con curiosità e simpatia, sembrava essere incomprensibilmente lieta per quella visita inaspettata.
“Gianni perchè non rispondi? Sono la nonna Ester non mi riconosci?”
L’Arlecchino si sforzò di sorridere.
“Grazie che sei venuto a trovarmi. E’ da un po’ di tempo che non ci vediamo. Come va con il lavoro?”
“…bè l’ho cambiato da poco. Sai ho provato a entrare nel commercio, ma non ci sono proprio portato, così sono ritornato alla mia vecchia attività di ritiro dell’usato.”
“Allora sei venuto a ritirare anche me?” L’anziana rise con una tenerezza che inaspettatamente fece scricchiolare la ruvida sicurezza del ladro.
“Ma cosa fai lì in piedi, siediti che metto su un tè.” L’Arlecchino si lasciò cadere sulla potrona tenendo nelle mani lo zaino con la refurtiva. “E la morosa? Come sta la tua morosa?”
“Oh…bene grazie, lavora sempre al bar” La mano tremante della vecchia prese quella dell’Arlecchino e fissandolo negli occhi gli disse “Mi raccomando eh, con lei non fare mica il pirla e comportati bene. Lo so che sei un ragazzo serio. Più ti guardo e più mi ricordi il nonno Carlo da giovane. Sapessi quanto mi manca! L’altro giorno mi è venuto a trovare ma forse era solo un sogno…non lo so. Ma…mi sto dimenticando il tè!” Appoggiandosi al girello la vecchia scomparve nel cucinino. Quando tornò nel salotto non trovò più il “nipote”. Sul tavolo in radica di noce c’era un mucchio di braccialetti, porta sigari, portafotografie, catenine e un biglietto.
Ciao nonna Ester, scusa ma sono dovuto scappare per un impegno urgente di lavoro. Ti ho lasciato sul tavolo gli oggetti che la mamma ha trovato ieri in soffitta. Erano del nonno. Ciao! Gianni.

Sottoterra

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Quando il rumore della rulliera tornò a coprire gli altri rumori del magazzino Prospero si sentì sollevato, il primo lavoro di rifornimento era finalmente finito. Ora sarebbe passato al lavoro di prelievo, più frenetico ma fisicamente meno dispendioso. Decine di uomini e di donne con grandi carrelli avrebbero girato come trottole per ogni metro quadro dell’immenso capannone, salito e sceso centinaia di scale, raggiunto ogni scaffale, raccolto e identificato migliaia di prodotti tecnologici, confrontato i loro codici UPC, EAN e SKU con quelli segnati sulle lettere di commessa e inscatolato ed etichettato ogni ordine. Avrebbero poi affidato i pacchi al flusso regolare della rulliera che, senza fatica, avrebbe trasportato tutto nella sezione di controllo e imballaggio. Era un ciclo che sembrava non finire mai.
Nell’edificio non c’era alcuna luce naturale solo neon eternamente accesi, immutabili nella loro vuota freddezza. Il divieto assoluto di portare orologi e telefoni all’interno della struttura non permetteva di stabilire, neanche con vaga approssimazione, in quale parte del giorno ci si trovasse. Così ci si affidava alla successione delle varie fasi lavorative e la rulliera contribuiva, con distaccato meccanico rigore, a scandire le ore. Era come se il girare dei rulli e dei nastri trasportatori misurasse lo scorrere del tempo e, in qualche modo oscuro, persino, lo determinasse.
Alla fine del quarto ciclo di rulliera Prospero si sentì molto stanco. Tutti gli anni che aveva vissuto lì dentro gli chiesero proprio quel giorno il conto. Avrebbe desiderato andare a casa o almeno sedersi un po’ per una breve pausa. Ma non poteva, nessuno poteva. Prese allora a trascinare il carrello come un sopravvissuto dopo un conflitto nucleare, ad aggrapparsi alle scale come un marinaio all’albero maestro in mezzo alla tempesta e, a furia di leggere codici numerici e alfanumerici, avvertì un crescente e fastidioso dolore agli occhi che immaginava ormai gonfi come quelli di una rana. Stava male, è vero, ma non molto più di altre volte. E poi non era solo, non si sentiva solo: c’erano i suoi colleghi, o meglio, i suoi compagni di sventura, come preferiva chiamarli. Erano uomini onesti e sfruttati che provenivano da ogni parte del mondo. Come lui erano condannati a quella attività incessante, ne condividevano gli sforzi e ne sopportavano la crudele alienazione. Insieme, come ingranaggi di una grande macchina, anelli di una solida catena. Ogni sezione dell’azienda aveva una certa omogeneità etnica e geografica dei lavoratori: gli africani erano ai carrelli elevatori, i sudamericani ai pallett in uscita per i corrieri, i cinesi al controllo e all’imballaggio. La sezione prelievo e rifornimento dove lavorava Prospero era una delle più miste. Era formata da un gruppo di giovani italiani e da un gruppo di srilankesi, quasi tutti ex giocatori di cricket. Prospero si trovava bene con tutti loro, in particolare con gli srilankesi che chiamava con simpatia “la squadra”. Durante il secondo rifornimento, quando alla undicesima ora di lavoro le gambe incominciarono a cedergli, Prospero chiese, come spesso ultimamente faceva, aiuto alla squadra. E la squadra rispose come aveva sempre fatto. Dissimulando davanti alle telecamere l’aiuto concesso, grazie a un ingegnoso schema di coperture, fatto di velocità e continua alternanza del lanciatore, quei formidabili giocatori di cricket riuscirono da terra a fargli arrivare la merce tra le mani con incredibile precisione, sgravandolo così da quel supplizio di salire e scendere le scale.
Da quel giorno di fine ottobre i giorni si susseguirono più o meno sempre uguali. Entrava con il buio, usciva con il buio, non toglieva neanche più il gilet arancione ad alta visibilità con il logo aziendale. Ogni tanto si soffermava a guardare le confezioni di cartone colorato della carta fotografica delle stampanti digitali che a chili movimentava dalla mattina alla sera: c’erano istantanee di alberi, spiagge, famiglie sorridenti. Tutte cose immaginarie, irreali, impossibili. A volte aveva dei cali e, quando non ce la faceva proprio più, chiamava a supporto la squadra.
Presto però quella logorante routine venne interrotta bruscamente. Le telecamere di sicurezza, utilizzate dalla direzione anche per altre più o meno lecite funzioni, avevano infatti intercettato qualcosa. Il report era chiaro e parlava di ripetuta e inequivocabile flessione produttiva dell’ operaio n° 2417 – Prospero G. Il provvedimento della direzione non tardò ad arrivare. Il 24 novembre Prospero sarebbe stato trasferito a un altro settore: la gabbia.
Era la parte meno conosciuta e più controllata del magazzino. All’ingresso guardie armate e metal detector ne segnalavano minacciosamente lo status di zona speciale. La merce, quasi tutta costituita da prodotti Apple, era stipata dentro a un gigantesco reticolo metallico giallo, protetto da sofisticati sistemi di allarme. Il monitoraggio era costante e minuzioso. Dentro la gabbia lavorava il guppo dei packistani, l’unico che non parlava italiano.
Prospero non reagì male al provvedimento, anzi, quasi contento di questo inaspettato e improvviso cambiamento, scherzò con la squarda sul fatto che avrebbe testato la bravura dei lanciatori di cricket packistani e salutò tutti con affetto e un vago ottimismo. Ma c’era un particolare che ancora non conosceva e riguardo al quale nessuno aveva osato informarlo: la gabbia, una specie di caveau, era sottoterra. Come si sarebbe potuto conciliare questa condizione con la sua cronica claustrofobia?
La risposta non venne mai. Finito il turno, sulla strada di casa, l’automobile di Prospero si schiantò nel buio contro una fila di alberi. Alberi non immaginari. Un colpo di sonno, un calo della vista…chissà.
In un modo o nell’altro erano riusciti a trasferirlo. Ora era sottoterra.

L’incantesimo

L'incantesimo

Erano anni che la prima linea del battaglione di fanteria dell’esercito britannico non avanzava e non arretrava. I fucilieri e i granatieri, perfettamente schierati e pronti all’assalto come alla difesa, da tempo avevano cessato il fuoco e attendevano ordini che sembravano non arrivare mai. Nelle retrovie l’artiglieria, la fanteria motorizzata e il genio guastatori vivevano immobili la stessa logorante attesa. Quanto erano lontani i giorni dell’azione con manovre diversive, accerchiamenti e sabotaggi! Ma che fine aveva fatto il nemico? Perchè non attaccava? Chissà se era vero che sul tappeto sotto alla scrivania era schierato un intero battaglione della Wehrmacht. Neanche il Pinocchio di legno dall’alto dei suoi sessanta centimetri riusciva a vedere fino a là. Forse le truppe tedesche erano state fermate dalla polvere, forse per attaccare aspettavano i rintocchi dell’orologio a pendolo ormai fuori uso o forse avevano rotto per sempre il loro schieramento e si erano disperse tra le mille decorazioni colorate del tappeto persiano. Magari avevano rinunciato alla guerra e deciso di partire senza armi per incredibili esplorazioni geografiche nelle grandi stanze di quell’appartamento chiuso da anni. Solo la nonna, dentro alla fotografia sul penultimo ripiano della libreria, aveva una visuale sufficientemente elevata per conoscere la verità, ma di questi fatti non sembrava curarsi più di tanto, il suo sguardo era tutto rivolto alla sua vecchia Singer nera che, ferma da vent’anni, spuntava dal tinello e sembrava ancora aspettarla. Era un mondo senza rumore, immerso in una sospesa quiete sognante, ormai quasi indifferente allo scaltro fluire del tempo. Nella sala la radio guardava con muta simpatia il pianoforte verticale che, timido, fingeva di dormire sotto a un lenzuolo di cotone bianco. I due si consolavano a vicenda, senza parole, come vecchi amanti. Quanti suoni erano usciti da quella magica scatola di legno piena di valvole! Il cono del suo altoparlante aveva avuto l’onore di amplificare il meglio della musica classica e della musica popolare di un intero secolo. Da lì erano passati un po’ tutti: da Toscanini a Bernstein, da Louis Armstrong a Miles Davis, dai Beatles ai Led Zeppelin. Anche il pianoforte non era stato da meno e aveva avuto un ruolo da protagonista nel palinsesto musicale dell’appartamento. Da qualche parte le sue assi scure avevano ancora memoria di quelle antiche vibrazioni. Quando la chiave metallica a pipa si immerse nelle buie profondità della sua cassa armonica alla ricerca delle giuste frequenze, qualcosa si risvegliò, lentamente. Cupi brontolii, cigolii, frammenti di accordi…poi le note del preludio n° 15 di Chopin caddero come gocce di pioggia nel silenzio e lo bucarono, lo squarciarono, lo baciarono, lo vinsero con la delicata grazia della bellezza e con il potere nascosto del suo mistero. L’incantesimo era stato sciolto. Le finestre si spalancarono in un enorme sorriso mentre la polvere danzava nella luce e le truppe britanniche tornavano a vincere la guerra.

Il vincitore del Premio Falqui

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“Sei stato con i professori e tutti ti hanno apprezzato, hai discusso con grandi avvocati di lebbrosi e di imbroglioni, hai letto tutti i libri di F. Scott Fitzgerald, sei un uomo istruito è risaputo. Ma sta succedendo qualcosa qui e tu non sai che cosa, non è così Mr. Jones?”

Ballad Of A Thin Man – Bob Dylan

Quando il boia lo prese per scortarlo alla ghigliottina Paolo ripensò agli ultimi momenti di libertà prima dell’arresto. La breve detenzione era bastata a fiaccargli il morale e a deprimerlo. Ora gli sembrava impossibile che fosse mai esistito un mondo in cui uno come lui avesse potuto vivere il suo tempo da protagonista. Eppure era stato così e la condanna a morte infertagli dal tribunale era lì a testimonianza dello splendore di quel suo clamoroso e recente passato. In un certo senso era molto orgoglioso di quella condanna per “crimini contro la cultura”.
Erano passati solo dieci giorni da quando l’editore gli aveva fatto delle pressioni, tramite il suo manager, affinché pubblicasse qualcosa di nuovo.
Aveva ancora negli occhi il foglio elettronico bianco che attendeva di essere riempito di parole. Bastava anche solo una traccia di inutile vacuità, di crassa mediocrità, di ingenuo qualunquismo, di emozioni seriali a buon mercato, per riaccendere le luci del circo e riavviare la macchina dei soldi.
Tutti i media, non solo i quotidiani, aspettavano un suo inedito per l’estate.
Era lui il novello vincitore del prestigioso Premio Falqui, lo scapigliato redentore della cultura di massa, il giovane nuovo messia della letteratura pop.
Il suo racconto dell’estate, rimbalzato su tutti i social, avrebbe fatto notizia, creato più di un evento, fatto discutere. Poco più di duemila parole lo avrebbero ulteriormente consolidato come narratore della modernità, voce di una generazione, icona popolare e pseudointellettuale. Finalmente sarebbe entrato a far parte in pianta stabile di quella aristocratica schiera composta da politici, imprenditori, calciatori, donne fatali, cantanti, attori, giornalisti, modelle, blogger, ballerine. Era lì che si meritava di stare, con quelli che “ce l’avevano fatta”, che avevano imparato l’arte di sorridere mentre uccidevano come quella di nascondere il prezzo delle scorciatoie percorse. Gliel’avevano promesso: sarebbe entrato in quel club esclusivo dalla porta principale, con il lasciapassare, valido un po’ per tutto, di eroe TV e dio del WEB. Sarebbe diventato ufficialmente un V.I.P., di quelli veri e come questi avrebbe vissuto, senza alcun freno, lo sfarzo dei privilegi acquisiti.
Ma c’erano alcuni aspetti che non era riuscito a nascondere durante il dibattimento del processo. La ricostruzione dell’accusa sosteneva che il suo strepitoso successo era stato ampiamente pianificato da una regia occulta. La potente casa editrice a cui apparteneva stipendiava oscure figure di pubblicitari, uomini di marketing, esperti di comunicazione, massmediologi, scrittori fantasma, sacerdoti del SEO, che avevano sintetizzato in estenuanti riunioni il suo DNA di fenomeno mediatico e avevano poi lavorato senza sosta nelle retrovie per correggerne le intemperanze e gestirne gli sviluppi. Questo da un lato ridimensionava le sue responabilità, dall’altro ne offendeva profondamente la strabordante vanità. E proprio quella sua fulgida e cristallina arroganza contribuì al ruzzolare della sua testa nel paniere di vimini, chiudendo ogni spiraglio alla possibilità di mitigare la pena. Prese un’ultima volta la parola per l’arringa finale:”Per la gente comune sono io il re dei Likes e delle visualizzazioni sul Tubo! Le mie interviste hanno sbaragliato la concorrenza dei tormentoni di rapper e popstar. I mei libri hanno riscritto la storia della letteratura e ridisegnato l’intero immaginario collettivo! Ora lasciatemi scrivere ancora un ultimo breve racconto, basta un piccolo ulteriore sforzo di banalità per la mia definitiva consacrazione, poi, i silenziosi mestieranti della mia casa editrice faranno sottobanco tutto il resto. Non vi deluderò, sono programmato per vincere.”

Salvezza

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L’aria era ferma, appiccicosa, caldissima.
Da qualche minuto l’appartamento al piano terra del condominio Saturno era stato colpito direttamente dal sole.
La tapparella del monolocale, non del tutto abbassata, lasciava filtrare solo qualche vivace raggio di luce che si proiettava in linee parzialmente deformi e in misteriose forme geometriche sulle pareti disadorne della stanza. Nella penombra un tavolo, un vaso di cristallo, una sedia e un vecchio si consumavano nella solitudine. Aspettavano qualcosa o qualcuno che non sarebbe venuto mai e, in quell’attesa immobile, la divisione tra spirito e materia era sembrata incrinarsi e cadere, come una delle più false illusioni umane. Non era chiaro se gli oggetti si fossero elevati ai viventi grazie a quella innaturale calma sospesa o viceversa se i viventi fossero scaduti al grado di oggetti a causa di una loro progressiva e malata staticità.
Il tavolo desiderava essere apparecchiato per pranzo, assistere a lunghe partite a scopa, essere ancora d’appoggio per libri, giornali e riviste. Il vaso voleva dell’acqua e dei fiori, la sedia un corpo da ospitare e sostenere e il vecchio un’alternativa alla vita o alla morte, non sapeva decidersi. Il meno sicuro era il vecchio, sì non c’erano dubbi, era proprio lui quello meno convinto e con i desideri più schizzofrenici. Ma era un’ instabilità che andava sanata. Così Ernesto, questo il nome del vecchio, lasciò l’appartamento e, infiacchito e stordito dal caldo, si avviò con fatica verso il bar del quartiere limitrofo.
Il Top Life si presentava a quell’ora infausta in tutta la sua sgangherata desolazione. Le macchinette dei giochi, con i loro colori psichedelici, le loro luci e i loro suoni elettronici erano il cuore pulsante del locale e radunavano una folla eterogenea di prostitute, pensionati, piccoli malavitosi e fannulloni di vario genere. Ernesto entrò senza essere visto e, senza scambiare una parola neanche con il barista, ritirò al banco la sua “medicina”. Le pale sul soffitto del bar che mulinavano aria non fresca furono le uniche a salutarlo. Nessun altro sembrava vederlo. Si rintanò in fondo, dietro al vecchio biliardo, abbracciando la medicina: un fiasco di vino economico. “Finalmente un amico!” pensò, mentre con l’aiuto prezioso di un fedele cavatappi aprì l’agognata bottiglia. La dissoluzione delle ore del pomeriggio avrebbe seguito, come ogni giorno, l’antica regola: “al primo bicchiere l’uomo beve il vino, al secondo bicchiere il vino beve il vino, al terzo bicchiere il vino beve l’uomo.” Naturalmente il numero dei bicchieri reali raggiunto superava ampiamente quello simbolico del proverbio. Per essere più precisi, si sarebbe potuto stabilire un’equazione tra bicchieri e bottiglie.
Ora Ernesto si trovava al terzo stadio e si sentiva vuoto, come le bottiglie che aveva davanti, ma la sua sete non si estingueva. Non si poteva estinguere. Così si alzò dalla sedia sulla quale era stato seduto in silenzio tutto il pomeriggio e barcollando si avvicinò al bancone di legno finto del bar. “Prima i soldi vecchio… poi…se ci sono tutti…il vino.” Il giovane barista obeso si rivolse a lui come se stesse  parlando con un cane e lo guardò di traverso, con un’ aria di insensibile disapprovazione. Ernesto non se ne curò e senza battere ciglio infilò la mano nell’unica tasca non bucata dei pantaloni, nel tentativo di stanare le ultime monete rimaste. Quando si accorse che mancavano un euro e 60 centesimi, si sentì quasi soffocare, chinò il capo e rimase immobile per un minuto, poi, riprese a camminare barcollando e si avviò verso l’uscita del Top Life. “Ah ah ah….le hai finite per oggi vecchio, eh!” Ridacchiò il giovane barista soddisfatto, mentre ritirava i bicchieri sporchi nel lavello. Ernesto lo ignorò e si avviò, col suo passo da cane randagio che le aveva appena prese, verso casa. Durante il tragitto non fece altro che pensare ai due giorni senza “medicina” che lo separavano dall’arrivo della pensione. Due giorni erano tanti, troppi per la sua sete. Come avrebbe fatto? A chi avrebbe potuto chiedere un prestito? Si fermò a vomitare all’incrocio tra via Neruda e via Hemingway come se fosse il gesto più naturale e ordinario del mondo, ormai faceva parte della sua fisiologia. Raggiunse i giardinetti di piazzale Smirnoff, si sciacquò con l’acqua fresca di un dragone sotto gli occhi divertiti di due brufolosi giovinastri e, con un forte mal di testa, tagliò verso viale Nabokov, dritto verso il Saturno. Proprio sotto il palo della fermata del 27 vide la Wanda che con la sua parrucca riccia e rossa “passeggiava” ancheggiando su dei trampoli e ciondolava una minuscola borsetta di paillettes. Ernesto la salutò con mille salamelecchi e con la tortuosità del più scaltro dei ruffiani le chiese i soldi per la “medicina”. La Wanda sorrise con la sua bocca rifatta, infilò una mano dentro a quei suoi seni giunonici che nascondevano un cuore ancora più grande e tirò fuori un biglietto da venti. Ernesto lo prese con un trasporto esagerato e commosso e, fissando con riconoscenza gli occhi affogati nel rimmel della Wanda, le disse la frase più romantica che gli venne in mente: “Sei la lucciola più bella e luminosa del viale!” Ora stava meglio, ce l’aveva fatta. La sua dannazione era salva.

Jack & Neal

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Raggiunta la stazione, Jack e Neal posano i loro pesanti zaini su una panchina, in attesa che compaia l’indicazione del binario del loro treno. C’è tutto un mondo in quella loro attesa trepidante. L’estate, con i suoi giorni senza fine, è appena incominciata e promette di soddisfare tutte le loro indefinite aspettative e di placare, se possibile, la loro giovane e vigorosa inquietudine. Neal parla con tutti, ride, scherza, sorride alle ragazze, poi, saltando come un grillo, sparisce tra la folla alla ricerca di cerveza e tabacco. Jack invece rimane lì, seduto sulla panchina davanti al tabellone delle partenze con in testa la sua nuova ossessione musicale : Asturias di Isaac Albéniz. Dopo qualche minuto, vincendo la sua naturale timidezza, estrae la chitarra classica dal suo fodero verde petrolio e prova a eseguire a memoria quegli arpeggi che sanno di caldo, di Spagna, di occidente. Un piccolo gruppo di passeggeri si raggruppa attorno a lui, un po’ per noia, un po’ per la bellezza del pezzo, non certo per il valore della sua esecuzione. Chiude gli occhi e immagina di essere un grande musicista, di suonare le note giuste al momento giusto, di far tremare per un momento il cuore delle persone.
Jack e Neal vogliono il mondo e lo vogliono subito. Solo il modo è diverso. Entrambi hanno sottoscritto la loro completa adesione alla vita, senza incertezza e senza paura. Là, da qualche parte in fondo alle rotaie, c’è l’infinito da andare a prendere.
La loro energia è tanta, forse troppa, spesso sembrano essere sul punto di esplodere. Neal, in particolare, è incontenibile, ipercinetico, immerso completamente in un flusso, quello della vita, del quale non è mai pago. Questa urgenza irrefrenabile la si ritrova nel suo modo di parlare, di camminare, di guardare, di bere, di amare, di sballarsi. E’ una candela che brucia da entrambi i lati, una luce intensa ma che non dura.
Quei due salteranno su quel treno e andranno lontano, molto lontano, non importa dove. Poi torneranno un po’ cambiati, un po’ cresciuti, un po’ invecchiati. E ogni estate alla stazione ci saranno altri Jack e Neal in attesa di andare e tutto si ripeterà come le stagioni. Sempre uguale e sempre diverso. Perché c’è un tempo per tutti in cui è possibile credere, come ha detto un mio amico, di poter togliere il buio dalla notte e dipingere il giorno di nero. E’ bello sapere che qualcosa non muore.